Conferenze e catechesi (110)
« Nella passione di Gesù si rivela l’immenso amore del suo Cuore »
Catechesi di don Renzo Lavatori presso Centro Pastorale Santa Gianna Beretta Molla ad Acilia (RM il 22/3/2026
Nella passione di Gesù si rivela l’immenso amore del suo Cuore
Comunque, adesso iniziamo questa meditazione, questa contemplazione davanti a Gesù, che deve toccare il nostro cuore. Perché noi, in questa Quaresima, cari fratelli e sorelle cristiane, ci siamo impegnati: chi ha fatto digiuni e sofferenze, pellegrinaggi, penitenze, anche l’astensione dai cibi, eccetera, tante cose, le preghiere, le adorazioni… Sì, ma sono tutte cose che abbiamo fatto noi. Lui, invece, lui ha sofferto. Oggi guardiamo lui, non pensiamo a noi stessi. In questa ora di preghiera che facciamo insieme non dobbiamo pensare a noi stessi, alle nostre sofferenze, ma alle sue, che sono immense, anche a livello interiore, come vedremo. E l’ha fatto unicamente perché ci ama. Allora, se noi scopriamo questo amore di Gesù, il nostro cuore cambia, si innamora di lui; lo senti vicino e non fai altro che dire: «Ti amo anch’io, Gesù, ti amo, ti amo, ti amo». Infinitamente.
Ecco la vita cristiana: il contatto tra me e Cristo crocifisso, immolato e risorto, come due amici che si stringono cuore a cuore e trovano forza, serenità. Lui ci sta vicino, ci abbraccia, ci benedice, ci consola, ci guarisce. E, contemporaneamente, noi condividiamo con lui anche le nostre piccole sofferenze quotidiane, tante difficoltà, e allora si crea veramente una sintonia spirituale che è meravigliosa. Ecco il cristiano come deve vivere adesso, in questi prossimi giorni, immerso nella condivisione con Gesù del suo dolore grande, grande, ma meraviglioso. Perché tutto è un tessuto d’amore, nonostante questa tragedia che ha vissuto. Ecco, allora, adesso iniziamo la meditazione.
Gesù, come sappiamo, ha avuto le famose tre tentazioni del deserto e Satana è stato sconfitto: non ha potuto vincerlo. Però ha continuato a perseguitarlo durante tutta la vita pubblica, in questi tre anni vissuti più o meno, non più direttamente, ma servendosi delle persone umane; in questo senso, attraverso le persone umane, l’ha sempre perseguitato. Infatti volevano coglierlo in trappola con le domande, affinché potessero condannarlo a morte, ma Gesù ha sempre superato tutto. Alla fine, però, la lotta anticristica di queste persone è stata fortissima nei suoi confronti; ma lui ha resistito fino a trasudare, durante l’agonia del Getsemani, gocce come di sangue. Quella era l’espressione di un dolore interiore enorme. Allora il diavolo si è servito delle persone per portare a morte Gesù, perché pensava: se io riesco a sconfiggerlo con la morte, ho vinto io, perché lui, il diavolo, è il padrone della morte.
La morte è venuta nel mondo a causa del diavolo. Ma lui sapeva che Gesù era Dio, lo aveva riconosciuto, però non sapeva che era in tutto uomo come noi, eccetto il peccato. Quindi Gesù non doveva morire, perché la morte è una conseguenza del peccato originale. E dunque tutti noi abbiamo questa impronta di morte dentro di noi, perché nasciamo con questa macchia tremenda di offesa a Dio. Lui no. E allora il diavolo, non sapendo, si illudeva che, se fosse riuscito ad ammazzarlo, ad ucciderlo con la morte, lo avrebbe visto come sua vittima e avrebbe trionfato su di lui. Era quello che voleva. L’anticristo che lui impersonava era proprio questo: che il Cristo Salvatore non potesse compiere la sua opera di salvezza per noi, e che noi rimanessimo schiavi del peccato, della morte, delle potenze maligne, e andassimo tutti all’inferno. Questo era il suo scopo: tenerci sotto il suo dominio, sotto il suo impero di principe di questo mondo. E oggi sappiamo che il diavolo, lo vediamo, agisce moltissimo sulla terra.
Non stiamo qui a descrivere queste realtà, ma le vediamo con i nostri occhi, con la nostra esperienza, con la nostra sofferenza. Ecco, allora, queste mosse sataniche hanno sempre accompagnato Gesù, ma soprattutto si esprimono con potenza aggressiva negli ultimi momenti, quando è giunta l’ora della sua passione. Lui lo sentiva: anche come uomo aveva una sensibilità profondissima, e lo dice: «Ormai è giunta la mia ora». La sua sofferenza abbraccia due tipi di persone: un gruppo di persone interne alla sua comunità, che lo seguivano quali discepoli e apostoli, e persone invece fuori della sua comunità, che però lottavano contro di lui. Allora vediamo adesso, innanzitutto, le persone che erano con lui, che erano state scelte da lui, istruite da lui, che hanno condiviso per diversi anni con lui la vita, che hanno lasciato tutto per lui: i dodici apostoli e altri discepoli che in qualche modo lo seguivano.
Ora, quando è giunta quest’ultima ora, da queste persone nasce un’avversione e anche un rifiuto, una negazione del loro Maestro. E naturalmente questa è la sofferenza più forte per Gesù: rimane solo. Infatti, quando dopo la cena del Cenacolo si recano all’orto degli ulivi, lo seguono; ma Gesù ormai sente che in quella notte verranno a prenderlo come un truffatore e lo condurranno al suo supplizio. Quindi si mette in ginocchio, prostrato, per implorare l’aiuto del Padre suo e chiede ai suoi amici: «Vegliate con me, pregate, in modo che io possa avere anche da voi un sostegno, un conforto, in modo che possa affrontare questo momento difficilissimo con tutta la mia disponibilità e generosità». Ma non ce l’ha fatta: questi si sono addormentati. Certo, avevano mangiato e bevuto; ma c’era anche quel sonno spirituale che proviene, appunto, dalla tenebrosità interiore, dalla confusione, dallo smarrimento, dalla paura, perché anche loro hanno avuto paura.
Se il nostro Maestro viene processato, siamo noi, lì, i primi ad essere anche noi sotto accusa. Quindi queste motivazioni interiori di riserva, di difesa del proprio interesse personale, sono state più forti dell’adesione a Cristo, e si sono addormentati. Primo gruppo interno. Tra questi apostoli Gesù ne ha scelti tre: Pietro, Giacomo e Giovanni, che erano quelli presenti alla Trasfigurazione. Quindi confidava che almeno questi capissero la sua esigenza e gli fossero un momentino più vicini, almeno loro, che l’avevano visto trasfigurato sul monte. E qui dice: «Venite, aiutatemi voi». Ma anche loro, appesantiti da questo sonno interiore che è satanico, non hanno capito, o non hanno voluto svegliarsi per stare vicino al loro Maestro, Signore, che li aveva chiamati come suoi prediletti, come suoi testimoni nel mondo, come suoi apostoli. Erano come scomparsi, dispersi, affranti, sconsolati anche loro, senza un minimo di reazione, di adesione a lui.
E allora ecco la preghiera del Getsemani che san Luca ci riferisce. Gesù sente questa solitudine, questa amarezza; poi sapeva anche che uno di loro lo tradiva, e l’aveva detto proprio nel Cenacolo, prima di uscire verso l’orto del Getsemani: «Uno di voi mi tradirà». E il tradimento è l’esperienza affettiva più dolorosa, perché tradisce chi è amico; lo dice anche la Scrittura: tradisce chi è vicino, chi ti ama, chi ti segue, chi sembra che ti voglia bene. È tremendo il tradimento: è la sofferenza più grande per il cuore umano. E Giuda stesso, che Gesù aveva scelto, covava dentro di sé questa cattiveria di tradirlo, in modo che fosse crocifisso e venduto come uno schiavo; non solo come un oggetto, perché trenta denari era il prezzo con cui i padroni si scambiavano gli schiavi, ma di quelli anche di bassa quota, come quando un tempo, tra i contadini, ci si vendevano i buoi.
Quindi lui entra in questo mercato e viene pagato come un animale o come un oggetto da un suo discepolo, amato e scelto. Quindi lui sente dentro di sé questa cosa. E poi non basta: questa è la seconda persona; ma c’è la terza che, per certi aspetti, non tradisce, ma rinnega. È Pietro, Simone, scelto da Gesù come pietra angolare della sua comunità; quindi era il prediletto, il maggior esponente della sua comunità, quello che sentiva più vicino a sé, più coraggioso, più entusiasta, più generoso. E che cosa succede? Come ci racconta l’evangelista Giovanni, siccome Giovanni conosceva alcuni portinai del palazzo del sommo sacerdote, Pietro vuole seguire un po’ il Maestro, che viene incatenato e portato nel cortile del sommo sacerdote. Da una parte vuole seguire il Maestro; dall’altra, però, ha la fifa di essere anche lui coinvolto in quel processo e di andare a morte.
E allora fa finta di essere un qualsiasi uomo lì della zona. Ma una donna, una serva, se ne accorge; lo sente parlare e capisce che ha un tono diverso, quello galilaico e non giudaico nel parlare. Allora gli dice: «Anche tu sei di quelli che lo hanno seguito?». «No, no, no, non conosco quell’uomo». Pensate: «Non conosco quell’uomo». Poi lei insiste: «Ma ti ho visto qualche volta con lui». «Io non l’ho mai visto». Pietro, come sei caduto in basso, come se fosse un estraneo. Povero Gesù. Ecco le tre tentazioni, vedete? La sonnolenza degli apostoli, la trascuratezza, il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro.
Tutto questo arriva nel cuore di Cristo, lo sente; ed è nel Getsemani che ecco perché grida: «Padre, se è possibile, passi da me questo calice, perché tu mi chiedi un sacrificio enorme, di tutta la mia vita, di tutto me stesso, con persone, anche le più vicine, che non si curano di me, che non si accorgono di me, che non mi difendono, che non mi guardano, che addirittura mi rinnegano. Perché mi chiedi un sacrificio così forte per persone così ingrate?». Perché poi, dietro agli apostoli, dietro a Pietro, dietro a Giuda, ci sono gli uomini, l’umanità di tutti i tempi, di tutti i secoli, di oggi, di oggi. Gesù è trascurato, è emarginato, è tra i poveri più poveri. Si prega per i nostri interessi, per la pace, per star bene, per il lavoro, per tutto; ma lui no. Poi noi siamo i protagonisti della vita spirituale: Gesù dimenticato. Eh, quindi è una passione di Gesù che prosegue.
Ed ecco allora l’angoscia, l’agonia, perché il Padre chiede a lui un sacrificio così grande, così estremo, totale, per persone che invece non ne vogliono sapere, non si curano, non solo sono indifferenti, ma diventano nemiche in quel momento, perché attraverso di loro questo povero Gesù è diffamato come un povero schiavo venduto. Quindi: perché gli chiedi questo, Padre? Se è possibile, passa da me questo calice, questa sofferenza. Però poi capisce, ecco la ripresa che fa: «Tuttavia sia fatta la tua, non la mia volontà». So che tu hai permesso questo, quindi certamente è la via migliore, anche se mi sembra molto faticosa. Accetto la tua volontà, perché è la volontà del Padre che mi ama e non mi tradisce mai, del Padre sapiente che sa le sue cose, la finalità per cui agisce. Quindi accetto e sono pronto a tutto. Questo sforzo che ha fatto, come uomo, di superare queste avversità interiori, psicologiche, affettive, spirituali, dietro alle quali c’era la spinta satanica, lui la sentiva.
Satana, in quel momento, aveva come preso gli stessi apostoli; e quindi lo sforzo che Gesù ha fatto è stato così forte che ha rotto i capillari e, mentre sudava, venivano anche le gocce di sangue che cadevano a terra. Pensate che sofferenza. Però questo è il primo gruppo delle persone che sono più vicine a lui, e da cui, credo, il dolore sia stato più intenso. Credo. Ma adesso vediamo le persone invece esterne; e anche qui sono tre gruppi di persone. Il primo gruppo, quello più accanito contro di lui, voleva assolutamente metterlo a morte perché erano gelosi di lui, perché la gente lo seguiva, era entusiasta di lui, e quindi il loro primato veniva in qualche modo superato da lui, che si chiamava anche Figlio di Dio. Quindi passavano, anziché al primo posto, all’ultimo posto nella società religiosa giudaica; per questo erano accaniti, perché possedevano con grande interesse egoistico la posizione sociale, economica e anche religiosa che avevano.
Erano loro i padroni del popolo santo di Dio, comandavano loro ed erano obbediti da loro. Quindi da questo primo gruppo parte la decisione di farlo fuori, per non perdere il primato presso Dio e presso il popolo. E Pilato lo dice, se ne accorge, quando capisce che viene consegnato perché sono gelosi di lui. Capite? Lui sente questa avversione in maniera tremenda, tragica, dolorosissima, perché erano i rappresentanti della stessa fede religiosa che aveva preparato il popolo ad accogliere il Messia, e sono i primi invece a rifiutarlo. Capite? Il popolo, capeggiato dai loro capi — sacerdoti, leviti, scribi, farisei, persone istruite, eccetera — di fatto l’ha rifiutato. «Venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto»: ecco il dramma. Perché tutto questo, Padre mio, se le persone anche che mi conoscono sono contro di me e vogliono a tutti i costi che io scompaia dalla faccia della terra?
Accanto ai capi religiosi ci sono i capi politici, soprattutto Pilato, che rappresentava l’Impero romano nella provincia palestinese. Allora, che cosa succede? Che lo consegnano a Pilato per avere l’approvazione della condanna a morte di quell’uomo di Nazaret, di Cristo, da parte dell’autorità pubblica, perché loro non volevano macchiarsi. Vedete l’impostura? Si lavano le mani, partendo però da una condizione religiosa e spirituale. Ma notate la responsabilità di questa condanna in Pilato: perché lui, nell’aspetto civile, questo chiamarsi re, poteva condannarlo veramente come un concorrente del dominio romano sulla Palestina. Capite, quindi, la cattiveria di queste persone? E Pilato che cosa fa? Lo interroga con molta pazienza. Vuol capire se è vero quello che dicono, perché dovrebbe condannarlo.
C’è tutta una questione che conosciamo dal racconto della passione; ma, attraverso questo colloquio, anche tramite — come dice Matteo — la moglie che gli ha detto: «Guarda, stanotte ho sognato quest’uomo; pensaci, rifletti, perché ha qualche cosa di particolare, un richiamo dal cielo», Pilato in fondo è deciso a salvarlo. Lo dice quattro volte, se non cinque, nel racconto della passione: «Non trovo in quest’uomo nessuna colpa per condannarlo; quindi io ve lo do a voi». Glielo ripete. E allora, per salvarlo — perché questi dicevano: «Crocifiggilo, crocifiggilo» — ecco il secondo gruppo: accanto all’autorità religiosa, l’autorità politica e il popolo. Ora Pilato dice che, nella circostanza della Pasqua, si salva un prigioniero, e qui mette a confronto un assassino, Barabba, con Cristo, pensando che il popolo, con buon senso, preferisse che fosse condannato un brigante, un assassino, un ladrone, e non il profeta di Nazaret.
Invece il popolo, sobillato dai capi, grida, perché aveva paura dei capi. Infatti chi si metteva contro la comunità religiosa giudaica veniva penalizzato. Quindi gridano: «Barabba! Preferiamo Barabba! Crocifiggilo!». E Pilato tenta ancora di salvarlo, dicendo: «Ma devo crocifiggere il vostro re?». E quelli rispondono: «Non abbiamo altro re che Cesare». Pilato cede alla tentazione satanica: ha paura dell’imperatore, ha paura che lo richiami a Roma, che lo butti fuori da quella provincia; ha avuto paura del suo capo imperatore. Viltà per viltà, ingiustizia per grande ingiustizia: perché lo proclama innocente e invece lo condanna. Capite questa falsificazione di questo processo diabolico svolto attorno a Cristo? E tra quelle persone che gridavano «Crocifiggilo» c’era senz’altro qualcuno che era stato guarito, consolato, perdonato da lui, risanato. E allora Gesù si è trovato lì in questa situazione e ha capito che tutti gli uomini di tutti i tempi sono quelli.
L’autorità religiosa falsa, l’autorità politica vigliacca, il popolo stolto che si lascia condizionare: rappresentano il peccato del mondo. Dietro c’è Satana. Quindi queste forze sono di sempre. Gesù lo sentiva, perché era sensibilissimo: era uomo, ma era anche Dio; quindi capiva che l’uomo è questo. Ecco la famosa domanda: «Perché, Padre, mi chiedi un sacrificio così grande, quando gli uomini sono così ingrati, falsi, cattivi, immersi in un peccato mortifero sotto la prepotenza satanica?». E allora Pilato cede, come abbiamo detto; prima lo fa fustigare, lo fa soffrire di più, pensando che almeno con quella pena gli accusatori si rabbonissero; invece niente, si accaniscono di più, e quindi lo condannano. Però l’unica cosa buona che fa è quando scrive il nome: «Gesù Nazareno, re dei Giudei». Lì, in qualche modo, si riscatta: ripaga un poco la sua vigliaccheria.
Perché i Giudei, cioè i capi, gli dicono: «Non scrivere che lui è il re dei Giudei, ma che si dice re dei Giudei». E Pilato risponde: «Ciò che ho scritto, ho scritto». Quindi sulla croce c’è stata questa targa, che è la dichiarazione più bella, più autorevole, più completa di chi era quel condannato a morte, come fosse il più disgraziato della terra. Capite? È il vero re dei Giudei atteso da secoli, il Cristo Salvatore e Redentore. È lui. Quindi Pilato dice la verità in quella scrizione, e almeno lì rimane fermo. Ecco il povero Gesù come si trova in questa situazione dolorosissima. E poi c’è tutto il cammino con la croce verso il Calvario, la crocifissione dolorosissima, le tre ore di agonia, poi la morte. Ma Gesù, nella morte, ha voluto esprimere il suo Cuore sconfinato. Ecco la sua vittoria. Il Crocifisso è innalzato — dice Giovanni — e attira tutti a sé. Guardiamolo, contempliamolo, amiamolo, questo Crocifisso. Perché lo trascuriamo così? Adesso l’abbiamo tolto anche dalle aule pubbliche.
Perché Gesù come ha fatto a superare tutte queste avversioni? Una sola ragione, che è data dall’amore sconfinato del suo Cuore sagratissimo. Questo amore è stato così grande che tutte queste avversioni sono state come superate, distrutte da questo atto di immolarsi per amore e obbedienza al Padre e per amore della nostra salvezza. E quindi capiamo il gesto grande di Gesù, e questo amore lo fa capire con due cose. La prima è questa: grida «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Che amore immenso. Già perdona i suoi crocifissori. Poi, accanto a lui sulla croce, c’è un brigante; anzi, c’è il brigante buono, che è stato intenerito dalla sofferenza di quest’uomo che ha riconosciuto innocente. È l’unico che dice, in sostanza: «Tu sei innocente». E poi gli dice una cosa semplice: «Ricordati di me quando sarai nel tuo regno». Non dice: «Io credo in te e voglio stare con te». No: chiede solo un ricordo. E Gesù gli risponde: «Oggi sarai con me in paradiso».
Questa pillola, diciamo, finale di conforto per Gesù è stata quella carezza che ha aperto il suo cuore per dire: sì, anche questo assassino è oggetto del mio amore, come tutti gli assassini di tutti i tempi, come tutti gli uomini peccatori, come siamo noi, di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Lui li ha amati per portarli nelle braccia del Padre, per salvarli per sempre e non farli rimanere prigionieri della morte fisica ed eterna. E poi, prima di morire, ha fatto un dono immenso per i suoi apostoli, i suoi discepoli, i suoi seguaci, che pure l’avevano tradito, rinnegato. Però sia Maria sia il discepolo prediletto, che è Giovanni, sono gli unici che hanno seguito veramente il Cristo fino alla morte. E lì è stato il balsamo d’amore che Gesù ha ricevuto dal buon ladrone, dal discepolo e dalla madre.
In mezzo a quell’aggressività, a quella realtà feroce che voleva sconfiggerlo per sempre, appaiono queste tre figure; e qui si vede come il suo sacrificio porti subito effetto, perché salva una persona sulla croce e, dall’altra parte, salva il discepolo, perché gli affida la madre. Gliela affida perché lo conosce debole, fragile, come tutti gli altri: si sono addormentati, hanno bisogno di una madre. E allora a Maria dice: «Ecco tuo figlio», e al discepolo: «Ecco la tua madre». E perciò ormai Gesù è sereno, perché il discepolo non avrà più la presenza del Maestro e, essendo così debole, così fragile, così disorientato, può perdersi. Ecco: gli affida la madre, un gesto d’amore in mezzo a tutto, l’ultimo. E poi anche a Maria ha chiesto questa offerta enorme: «Considera come tuo figlio questo figlio che è il mio discepolo. Io me ne vado, scompaio, muoio, ma questo è il tuo nuovo figlio». E Maria lì vive la sua seconda maternità, quella della Chiesa. La prima è quella di Gesù, quella divina.
E qui Maria si offre: eccola con-crocifissa, perché Gesù le chiede di amare il discepolo come ha amato lui, come ha accolto lui, come ha educato lui, come ha seguito lui, come gli ha voluto bene fino all’estremo. Lo stesso amore materno verso il Figlio suo divino lo deve riversare adesso sul discepolo. E Maria anche lì dice il suo sì: «Avvenga di quello che hai detto», come all’Annunciazione. Allora, ecco la conclusione. Guardiamo il Crocifisso immerso in questo dolore immenso, ma ci sono quelle tre realtà che lo confortano. E allora noi, suoi discepoli, figli di Maria, perdonati da Gesù, resi figli di Dio con la sua morte in croce, perché non gli vogliamo bene? Perché non lo mettiamo al primo posto? Perché non lo adoriamo? Perché non lo ringraziamo, non lo abbracciamo? Perché lui solo è la nostra salvezza, non c’è nessun altro. Se ha fatto tutto questo per me, per ciascuno di noi, peccatore, ingrato, falso, per uno come me, debole, incapace di tutto, fino a questo punto amato…
E allora, se in quel momento il conforto del buon ladrone, della madre e del discepolo ha in qualche modo consolato, confortato, il Cristo morente, adesso tocca a noi. Certo, Gesù non può più soffrire come allora, ma oggi è rifiutato, è rinnegato, è tradito proprio dai cristiani. Anche il mondo è stato sempre anticristico; ma adesso, dentro la Chiesa, ci sono quelli che non ne vogliono più sapere di lui. Che miseria, che angoscia per noi che siamo i suoi discepoli e gli vogliamo bene. Perché un amore più grande di quello non esiste.
(trascrizione personale con supporto di AI)