Conferenze e catechesi

Conferenze e catechesi (115)

« La conformazione a Cristo di S.Francesco d’Assisi con le stimmate »

Catechesi di don Renzo Lavatori presso la Fraternità francescana Madre della riconciliazione e della pace a San Cesareo il 24 ottobre 2026


La spiritualità cristocentrica di San Francesco

Catechesi rielaborata col supporto dell’AI ChatGPT per una più agevole lettura

Introduzione: la vera identità di San Francesco e la configurazione a Cristo

Ha messo insieme la vera identità di San Francesco e la configurazione a Cristo che sono per se stesse contraddittorie. Per questo è importante ascoltare con attenzione: sono aspetti molto belli e interessanti della sua personalità. La figura di Francesco viene fraintesa, presentata come quella di un pacifista, di un ecologista, di un animalista: veramente lo hanno banalizzato. Bisogna recuperarlo nella sua figura più bella, più affascinante, che questa sera vogliamo vedere insieme: la sua configurazione a Cristo.

Francesco è totalmente immerso in questo trasporto d’amore per Gesù, per cui lui e Gesù, a un certo punto, sono la stessa cosa. Se vediamo lui, con lui c’è sempre Gesù. Non lo possiamo mai considerare a sé stante, come potesse essere un germe di carità spirituale particolare. Lui è l’estremo essere in Cristo, perché l’estremo essere di Cristo è in lui: questa è la realtà cristiana. Dovrebbe essere così per tutti.

Quando faceva la comunione, viveva questa realtà dell’Eucaristia: Cristo è in noi, ma noi siamo in Cristo; io e lui siamo uno nello spirito. Francesco ha vissuto questa esperienza in maniera continua, profonda, intensissima, fin dal primo momento della sua conversione.

Consideriamo questa figura francescana attraverso tre momenti principali del suo percorso storico, ricordando che è morto molto giovane. Il primo è quello della conversione, il momento cosiddetto della spoliazione, quando si è denudato perché aveva capito una cosa molto importante.

Il secondo è il momento in cui è cresciuta attorno a lui una sequela di giovani, di fraticelli, di persone che gli si sono accostate, affascinate da questa persona umile e semplice, capace però di trasmettere una forza spirituale enorme, cristica. Era come se fosse Gesù a passare sulle strade. Francesco ha girato tanti paesi proprio per trasmettere questo aspetto cristologico, di cui c’era estremo bisogno, come oggi.

Il terzo momento completa questa assimilazione di Francesco a Cristo con le sacre stimmate alla Verna, negli ultimi anni della sua esistenza terrena.

Sono tre momenti che ci fanno capire quanto questo personaggio sia eccezionale e, contemporaneamente, quanto dovrebbe esserci più vicino proprio per il suo cristocentrismo. Soprattutto in questo nostro tempo, in cui Cristo è emarginato anche all’interno della Chiesa, fra i cristiani e nelle associazioni cristiane. Si parla di tutto: oggi è l’uomo a essere al centro dell’esistenza. Cristo è già emarginato a livello sociale e pubblico: è fuori dalle stanze pubbliche, dalle scuole, dagli uffici della magistratura, dagli uffici pubblici, dagli ospedali. Non c’è più. È una mancanza enorme, che pagheremo gravemente, perché lui è l’unico vero Salvatore.

Se ci stacchiamo da lui, siamo nella morte, nella sofferenza più atroce, nella solitudine più amara, angosciosa, depressiva e ansiosa. Lui, il Verbo eterno di Dio, si è fatto carne perché potessimo essere con lui salvati, rigenerati, ricreati, rinnovati, nobilitati, fino a diventare alter Christus, un altro Gesù.

Che cosa avviene nel battesimo? Tutti abbiamo ricevuto il battesimo. Siamo nati dai nostri genitori come poveri schiavi, perché portiamo dentro di noi il peccato originale: schiavi della morte, delle potenze maligne, dell’aggressività, del male, del peccato. Con il sacramento del battesimo avviene la rinascita in Cristo, nella quale veniamo nuovamente trasformati. È una vera nuova nascita, una vera nuova creazione: questo è importantissimo. Abbiamo ricevuto il battesimo da piccoli e ce ne dimentichiamo. Anche noi cristiani mettiamo prima noi stessi e siamo così lontani da Gesù.

Facciamo tutto preoccupati dei figli, del lavoro, delle angosce di oggi, delle guerre che possono scoppiare, di tante realtà tremende. Ma ci rendiamo conto che queste sono nate perché è mancato lui e, in lui, il Padre che ci ha creati a sua immagine e somiglianza e lo Spirito Santo, nostro santificatore, purificatore, rigeneratore?

Questo anno giubilare di Francesco è un momento importante, se lo riscopriamo nella centralità della nostra identità cristiana, che è Cristo. Se ci dimentichiamo di lui, se lo emarginiamo, carissimi fratelli e sorelle, siamo stupidamente perduti. C’è la morte, se non c’è lui. Lui è morto per distruggere la morte e ha raggiunto questo scopo. Ma se non ci mettiamo nel suo stesso clima, la morte per noi resta morte: non solo quella fisica, ma quella eterna, che è la disgregazione e la fine infernale del nostro esistere.

Andiamo avanti come accecati, imbambolati, drogati da questa mentalità mondana, fugace, che ci inganna, ci incatena e ci attrae per farci restare schiavi di quell’antica realtà di peccato che si sta diffondendo nel mondo. Perché non veniamo rigenerati da una vera coscienza cristiana? Abbiamo paura di dire che siamo cristiani, di annunciare che solo Cristo ci salva. Non c’è altra religione, non ci sono altri motivi o altre persone che possano avere la sua capacità di dare la vita, quella vita che ha sconfitto la morte.

La morte è la nostra nemica numero uno, perché tutti desideriamo vivere. La vita è bella, è stupenda, e lui è venuto per ridarci la vita immortale nella beatitudine eterna della felicità. Adesso ci trova in mezzo a tanti guai.⁵ Là saremo nella pienezza della comunione e dell’amore, nella contemplazione di questo volto stupendo che è il Cristo, Verbo incarnato, del Padre che ci abbraccia come figli suoi amatissimi, dello Spirito Santo che ci inonda di luce, di forza, di vita.

Abbiamo in qualche modo emarginato tutto questo, presi dalle cose mondane, materiali, edonistiche, anche peccaminose, e da tanta corruzione. Siamo in questo luridume e non ce ne accorgiamo. Addirittura andiamo dietro a espressioni pagane, materialistiche, esoteriche, magiche, diaboliche. Basta pensare al prossimo Halloween: lo seguiamo come fosse una festa enorme, mentre è una negazione dei santi. È semplicemente buttarsi nelle braccia stregate del diavolo, perché queste sono forme diaboliche. E noi le seguiamo: anche famiglie cristiane, bambini cristiani che partecipano alle feste di Halloween organizzate in tutte le città più grandi. Anche noi, tranquilli e sereni, stiamo al gioco, entriamo nella bocca del leone senza rendercene conto.

Riscopriamo dunque la figura di Francesco. Ritengo questa introduzione molto importante per ciò che sto dicendo su di lui, altrimenti diventano parole vuote. Non vorrei che succedesse questo, perché Francesco ci mostra una realtà stupenda, affascinante: chi è il vero cristiano e che cosa Gesù ha fatto per noi. Era talmente innamorato del Cristo crocifisso che lo stringeva a sé come l’amico più bello, più caro, più buono.

Il primo momento: la conversione, la spoliazione e l’incontro con Cristo

La parola del Vangelo e il gesto della spoliazione

Il primo momento è quello in cui Francesco ha cambiato vita. La sua conversione è avvenuta mentre si trovava in chiesa, a una Messa, ascoltando l’annuncio evangelico nel quale Gesù dice: «Se volete essere perfetti, vendete tutto quello che avete, lasciate tutto, date ai poveri e seguitemi».

Questa parola è stata come una spada che in quel momento ha trafitto l’animo di Francesco. Era un giovanotto pieno di soldi, perché il padre era un commerciante molto ricco, ma anche pieno di attività mondane: feste, giochi, cavallerie e guerre. Un uomo di mondo promettente, come pensava il padre.

Dopo aver ascoltato questa frase, torna a casa e compie un gesto strepitoso. Davanti alla cattedrale, dove si svolgeva una funzione con il vescovo, si spoglia totalmente e rimane nudo. Tutti restano sorpresi; il padre è arrabbiatissimo. Il vescovo, invece, comprende che questo giovane si muove nella luce di Dio: gli si avvicina, prende il proprio mantello e lo copre.

Francesco aveva un’intenzione ben precisa. Partiva da una verità fondamentale della fede cristiana: il Verbo eterno di Dio, Dio come Dio è il Padre, nella sua gloria infinita e nella sua potenza, consostanziale al Padre e allo Spirito Santo, unico Dio, Dio vero, si è abbassato, si è annientato, si è spogliato di questa gloria per assumere in sé la nostra natura umana, piccola, povera, misera, debole, fragile.

Questo è l’atto che Francesco ha accolto in quella frase del Vangelo: il primo a lasciare tutto ciò che aveva di potenza, di gloria, di grandezza è stato lui, il Verbo, per stare accanto a noi. Attraverso la sua somiglianza con noi, poteva portarci alla sua altezza, divinizzarci, farci diventare figli del Padre eterno, come avviene nel battesimo.

Questo è il significato della spoliazione di Francesco. Non è stato un esibizionismo di poco gusto, né una formalità esteriore, materialistica. È stato il segno di un cambiamento di vita che aveva compreso e nel quale aveva creduto fermamente: non essere più immerso nella mondanità, nelle cose alle quali era attaccatissimo e delle quali godeva. Aveva capito che lasciarle tutte, dandole anche ai poveri, era un motivo fondamentale della sua esistenza; e che doveva annientare se stesso, capire di essere niente davanti a Cristo.

Questa è la sua spoliazione, quella nudità che ha voluto all’inizio e poi di nuovo alla Porziuncola, quando è morto. Ha voluto morire nuovamente nudo, perché la sua vita, la sua pienezza di grandezza, era solo il Cristo, il Cristo crocifisso.

L’incontro con il lebbroso e l’abito nuovo

È questo il punto che ci fa riflettere. Dopo quel gesto, Francesco ha cominciato a vivere una vita nuova, in un’estrema miseria e povertà. Ha incontrato un lebbroso e, sul momento, si è allontanato: ha avuto un moto di rigetto, di rifiuto di quella miseria umana. Poi, ricordandosi di Gesù, si è avvicinato e lo ha abbracciato. Gesù gli ha fatto capire: «Ciò che tu prima amavi del mondo, ora lo devi odiare; e ciò che tu odiavi della vita spirituale e di me, di Cristo, ora lo devi amare sopra ogni cosa».

È un cambiamento stupendo. Tutto è vanità, tutto è stupidità. La nostra vita terrena… la verità totale, vera, autentica: chi le dà valore?

L’abito nuovo che in quel momento ha indossato simbolicamente attraverso il vescovo, e che poi ha indossato veramente, è la figura di Cristo. Il suo abito nuovo è stato questo: vivere come Gesù, assomigliare a lui, configurarsi a lui. Come Gesù, pur essendo Dio, è sceso nella povertà più grande che siamo noi, così anche Francesco ha lasciato tutto. Nella nudità si è presentato al Signore per dire: «Ecco, fai di me quello che vuoi». Si comprende così quanto sia stato forte anche l’inizio della sua conversione.

Le Fonti Francescane raccontano che il vescovo rimase impressionato dalla forza e dalla profondissima decisione interiore con cui Francesco compì quel gesto davanti a tutto il popolo. Il padre rimase arrabbiato, perché sperava che continuasse il suo commercio e stesse bene economicamente. Da quel momento, invece, Francesco aveva capito che tutto andava all’aria, per essere solo di Cristo, con Cristo e per Cristo.

Poco dopo questa scelta indossò il saio francescano che conosciamo, fatto della stoffa più ruvida che ci fosse; non una cintura con tutte le decorazioni, ma un cordone, e i piedi scalzi: una condizione veramente misera. Si era rivestito, ma quella miseria era stata accolta come il passaggio a una vera vita nuova, simile a quella di Gesù: la vita nello spirito, non più nella carne e nella mondanità. Questa è la conversione che ognuno di noi dovrebbe compiere.

L’acqua trasformata in vino e la vita nuova

Le Fonti Francescane raccontano che, mentre si trovava in un dormitorio di fratelli, Francesco si sentì male: un po’ di raffreddore, un po’ di febbre. Chiese ai confratelli: «Datemi un bicchiere di vino». Ma nel convento il vino non c’era: «Non ce l’abbiamo, Padre Francesco». Allora chiese: «Datemi un po’ d’acqua». Gli diedero l’acqua e, quando la prese, diventò vino.

Gli si aprirono gli occhi interiori e comprese una cosa molto bella. Quella trasformazione era un miracolo simile a quello compiuto da Cristo alle nozze di Cana, ma indicava anche che lui stesso era stato trasformato. L’acqua rappresentava la sua miseria, la malattia, le difficoltà, la debolezza, la povertà; Gesù, con il suo sangue, l’aveva trasformata in vera vita, non più soggetta alla morte e alla caducità del peccato, ma immersa nella verità del Vangelo, nella bellezza e nella grandezza della sequela di Gesù.

Comprendiamo così come Padre Francesco abbia colto subito la chiamata di Gesù. Ora riflettiamo su di noi. Siamo cristiani, ma non siamo francescani, anche se qui ci troviamo in una fraternità francescana. Questa è la conversione. Quando diciamo che ci convertiamo, che cosa significa?

Viviamo una vita mondana, terrena, nella quale i valori principali sono quelli della terra — il lavoro, il benessere, la famiglia, la salute, il divertimento, il denaro — e occupano il primo posto nel cuore e nella mente? Oppure viviamo nello spirito di Cristo, seguendo il Vangelo, riempiendoci della sua parola, della sua gioia, della sua grazia, della sua verità, dell’amore che ci colma il cuore di gioia e di felicità? Questo dovremmo fare noi cristiani.

Il secondo momento: la missione, la povertà e il Vangelo come unica regola

Portare agli altri il conforto di Cristo

Dopo la conversione, Francesco ha iniziato a svolgere la missione che sentiva di dover diffondere nel popolo, percorrendo le vie dei paesi per annunciare semplicemente l’amore di Gesù crocifisso.

Un giorno, in una città dell’Umbria o delle vicinanze, andò a fare la carità insieme a due suoi frati, due giovani che già condividevano la vita francescana, in quel paese che ne aveva bisogno. Passò con loro lungo la via principale: c’erano i negozi, la gente che chiacchierava e parlava. Guardava le persone, le salutava e le benediceva. La sua benedizione portava qualcosa di vero nell’animo, gioia e conforto.

Percorse così la strada in silenzio, senza dire una parola, ma benedicendo tutti con il proprio ardore interiore. Era una benedizione che portava frutti veri nell’animo: tutti rimanevano rasserenati, confortati, consolati, incoraggiati. Alla fine del percorso disse: «Ora torniamo al convento». I frati domandarono: «E la carità quando l’abbiamo fatta?». Francesco rispose: «Benedicendo! Questa è la carità che Gesù vuole che noi facciamo agli altri: portare il conforto di Cristo, il perdono di Cristo, la luce di Cristo nella sua verità».

Ormai era intriso di questo mistero meraviglioso di Gesù, dal quale tutti dovremmo essere affascinati, perché non c’è niente di più bello, di più profondo, di più vero di Cristo. Non c’è. È inutile illuderci stupidamente, cadere nell’imbambolamento, lasciarci drogare da questo benessere così fatuo e passeggero, che non porta pace. Non solo a livello internazionale, ma nelle nostre famiglie ci sono divisioni, tensioni, confusioni, depressioni, malattie strane che ci fanno soffrire enormemente, egoismi. Siamo attaccati al denaro, al sesso, ad altre cose che pensiamo ci diano soddisfazione; invece torniamo a casa desolati, soli, angosciati.

Madonna Povertà e la perfetta letizia

In questo cammino Francesco ha cercato di vivere la povertà, celebrando le sue nozze con Madonna Povertà. Ha voluto mettersi in quella situazione di nudità, comprendere di essere nulla. Non soltanto una povertà economica — non voleva neppure un denaro e lo stesso esigeva dai suoi frati — ma lo spogliamento di tutte le altre ricchezze alle quali siamo attaccati: la stima, la carriera, il benessere, il sesso. Ha sentito di farlo con tutta la pienezza del suo amore.

Ha fatto il vuoto di sé accettando le parole di Gesù: «Chi non rinnega se stesso e non prende la sua croce ogni giorno, non può essere mio discepolo». Si è totalmente annientato. Il suo io è come scomparso in questa estrema debolezza, fragilità e povertà, intese in senso totale, completo.

Ma quel vuoto si è riempito di Gesù: ecco perché Francesco è un alter Christus. Si è riempito del suo Vangelo, che ascoltava, assimilava, viveva, e del quale era contento, felice. Viveva anzi la perfetta letizia. Non faceva queste cose con il muso lungo, affaticato, stanco, appesantito: sorrideva. È lui che ha insegnato a tutti, agli amici e ai confratelli, la perfetta letizia.

La perfetta letizia è questa: le prove umane e terrene che ci capitano, perché siamo nel mondo, se abbiamo la forza e la grazia di Cristo non sono per noi motivo di angoscia, ma di gioia, perché vengono trasformate in offerta d’amore per Gesù.

Il vuoto che Francesco ha creato in se stesso gli ha consentito di riempirsi di quell’amore immenso che Gesù ha avuto per noi fino alla morte in croce. Non c’è un amore più grande di quello, delle sofferenze che ha subito soltanto per noi e per compiere la volontà del Padre, che voleva la nostra salvezza. Lo dice lui: «Non c’è un amore più grande di questo».

Francesco si è riempito di questo amore seguendo il Vangelo, cercando di stare sempre a contatto con Gesù, docile alla sua parola e al suo amore infinito. Il connubio fra un essere umano debolissimo, fragile, e la pienezza d’amore di Cristo sembra impossibile; Francesco, invece, lo ha vissuto, lo ha attuato. È stata la sua pienezza di grazia. Per questo, come Paolo, poteva dire: «Sono debole, sono molto debole, ma divento forte. Divento forte per colui che mi ama, che mi consola, che mi conforta, che è Cristo».

L’amore e la regola

Questa è la trasformazione che gradualmente Padre Francesco ha vissuto nella sua configurazione a Gesù. La gente se ne accorgeva, lo sentiva e lo seguiva; ci sono state tante vocazioni e il numero dei fraticelli è cresciuto.

Mentre nasceva questa nuova congregazione religiosa, i frati di Padre Francesco, il Papa, il vescovo e i superiori dissero: «Se volete la nostra approvazione ecclesiastica, dovete darvi uno statuto, delle leggi attraverso le quali convivere, agire e operare, in modo che possiamo darvi il nulla osta». I superiori lo posero come condizione indispensabile: «Se non siete riconosciuti in questo senso, siete dei poveri sbandati, abbandonati alle onde momentanee, a quelle emozioni che nascono e poi muoiono. Dovete avere una struttura giuridica e legale che vi faccia camminare secondo questi valori che avete scoperto».

Il povero Francesco si dava da fare e la notte pregava: «Gesù, che cosa devo dire? Come posso mettere in legge quello che sento dentro di me, il tuo amore per me? Come faccio a renderlo una legge per un altro che non lo sente?».

L’amore è il compimento della legge. Chi ama fa tutto, ma non è più oppresso dalla legge. Francesco soffriva e non riusciva a farlo, perché diceva: «Che cosa c’è di più bello del Vangelo? La nostra legge di fraticelli è quella del Vangelo, di Gesù, della sua parola presa alla lettera, in pienezza, in totalità, in completezza. Questa è la nostra struttura, questo è lo statuto della nuova congregazione che deve nascere ed essere approvata».

Non ci riuscì: morì senza aver fatto questa legge. La faranno in seguito i suoi successori, soprattutto San Bonaventura, divenuto suo successore come Padre Generale: seppe formare uno statuto e ci fu l’approvazione.

Francesco, però, gridava dentro di sé: «Come faccio a trasmettere agli altri miei confratelli questo amore che sento per Gesù, che sento anche da parte sua? Come lo posso dire? Come lo posso trasmettere, se uno non lo sente? Se uno non si apre, se uno non si svuota come ho fatto io?».

Si può dire: «Vai a Messa tutti i giorni», e uno ci va; ma, senza questo trasporto interiore, rimane un atto. È una difficoltà bellissima, verissima, reale ancora oggi per tutti. Altrimenti cadiamo nel famoso fariseismo: facciamo tutto per bene, formalmente, davanti a tutti, ma dentro di noi ci sono l’aridità, l’angoscia, la solitudine, la cattiveria, l’invidia, la gelosia, l’ego che cresce paurosamente. Francesco lo ha distrutto in quell’atto di denudazione e di spoliazione.

Comprendiamo così il suo animo, il suo modo di vivere. Era tra gli uomini, ma era fuori degli uomini. Purtroppo non tutti i suoi fraticelli, né tutti coloro che lo hanno seguito, hanno avuto il suo stesso trasporto per Gesù.

La sua difficoltà è molto concreta, molto realistica: come faccio a dire a te, così preso dalle cose del mondo, affascinato da tante cose che ti piacciono e che segui, che solo Gesù ti darà la piena gioia, se accogli il suo amore in modo pieno, totale, esclusivo, senza nessun compromesso? È ciò che ascolteremo domani nella liturgia, o questa sera nella celebrazione prefestiva di questa domenica: «Amerai il Signore Dio tuo con tutte le tue forze, con tutta la tua mente, con tutto te stesso, sopra ogni cosa, sopra ogni persona».

I genitori non possono mettere i figli al primo posto: sono un dono di Dio, sono figli di Dio prima che dei genitori. Così i fratelli, le sorelle, il lavoro, le altre cose: sono tutti doni suoi, non sono mie conquiste. Certo, io collaboro, do il mio consenso, il mio contributo. Ma soprattutto quando si tratta dell’amore, siamo davanti a una realtà talmente profonda, intensa, bellissima, che è Dio stesso. Deus caritas est: Dio è l’amore, l’amore è Dio. Dio si è fatto carne in Cristo, nella potenza dello Spirito.

Come faccio a trasmetterlo in una lettera morta, in una legge, in uno statuto? Questo mi fa ridere, perché ha una profondità enorme, che forse facciamo fatica a comprendere fino in fondo. Posso anche dirtelo, ma come faccio se sei chiuso in te stesso, se non vibri interiormente, se non ti sei innamorato di Gesù, della sua parola, di ciò che ha fatto per te? Di questo Crocifisso meraviglioso che, con le mani stese, con i chiodi insanguinati, ti abbraccia e vuole che tu sia tutto suo, pur essendo anche di altri?

Il cristiano vive nel mondo, fa ciò che fanno le altre persone, ma mette al primo posto Cristo. «Voi siete nel mondo, ma non del mondo». Purtroppo noi ci lasciamo imbrogliare dal mondo.

La preghiera, il ringraziamento e la Provvidenza

Lo vedo anche fra coloro che frequentano i gruppi di preghiera; parlo sinceramente e ne seguo parecchi. Quando si prega, tutti sono contenti con Gesù. Poi si torna a casa: «Ho questo figliolo che sta male», e si cade in ansia; «C’è questo che non ha il lavoro». Si è tutti presi dalle cose personali e si finisce per pregare soltanto per chiedere cose materiali a Cristo e a Dio Padre. Questo, personalmente, mi procura angoscia.

Anche quelle intenzioni che si fanno la domenica, nella Messa dopo il Vangelo, sono tutte antropocentriche: che uno stia bene, che trovi il lavoro, che questo figliolo guarisca. Sono cose giuste, ma mai una volta ho sentito dire: «Grazie perché mi hai ascoltato, Signore; a te la lode e la gloria, perché tu puoi fare tutto». Non lo si sente mai. Sono anni che, certe volte, le salto, perché mi fanno venire paura.

Siamo ripiegati sul nostro umanesimo, sul nostro antropocentrismo, anziché sul cristocentrismo e sul teocentrismo. Eppure, se ci buttiamo in Cristo, Cristo ci dà tutto. A Francesco è forse mancata la Provvidenza? Anche Padre Pio ha realizzato la Casa Sollievo della Sofferenza soltanto con le offerte di tutti i suoi figli sparsi nel mondo. Anche lui era francescano.

I santi hanno fatto queste opere: ospedali, orfanotrofi, istituti anche di formazione culturale. Li hanno fatti i santi consacrati, perché colmi di questo amore pieno per Gesù, che avevano messo al primo posto e dal quale avevano ricevuto tutto.

Il terzo momento: l’assimilazione suprema, le sacre stimmate e la forza dell’amore

Alla Verna: la configurazione a Cristo nelle stimmate

Il terzo momento è il compimento di questa configurazione a Cristo. Francesco lo ha vissuto nell’ultima parte della sua vita, tre o quattro anni prima della morte, alla Verna. Andava spesso in quel luogo, dove si trovano zone rocciose con fenditure nella roccia. Entrava in una di quelle crepe, vi si appoggiava e rimaneva lì, perché pensava che fossero le piaghe di Gesù.

Si sentiva talmente immerso nella sua passione, nella sua sofferenza e nel suo amore infinito che quelle cose materiali si trasfiguravano in momenti di estasi, di comunione intensissima con Cristo, di fusione d’amore. Non possiamo neppure immaginare come avvenissero tutte queste cose. Ma sono avvenute: proprio lì ha avuto poi i serafini che lo hanno punto nelle cinque piaghe, alle due mani, ai due piedi e al costato. Si isolava e non voleva più rapporti con nessuno.

Un primo brano ci racconta il fatto delle stimmate:

«Dopo che il verace amore di Cristo ebbe trasformato l’amante nell’immagine perfetta dell’amato.»

L’amante è Francesco; l’amato è Cristo. Ritorna sempre questo motivo: Francesco voleva trasformarsi in questa immagine, essere l’immagine di Cristo.

«Si compì il numero dei quaranta giorni che egli aveva stabilito di trascorrere su quel monte di solitudine e sopravvenne anche la solennità dell’Arcangelo Michele. L’uomo angelico Francesco scese dal monte e portò con sé l’effigie del Crocifisso, non raffigurata su tavole di pietra o di legno dalla mano di un artefice, ma scritta nelle membra della carne dal dito del Dio vivo.»

Non era una raffigurazione di Francesco: era Francesco vivo, concreto, che ormai viveva un’intimità tale con Gesù da ricevere anche questa assimilazione a lui. Gli è costata un grandissimo dolore. Cercava inoltre di nasconderla, ma non ci riusciva.

«L’uomo santo e umile si sforzava con ogni diligenza di nascondere quei sacri sigilli.»

Voleva nasconderli per non cadere in presunzione.

«Piacque tuttavia al Signore, a propria gloria, di mostrare per mezzo di essi alcune evidenti meraviglie, affinché la potenza occulta di essi si rivelasse palesemente per chiari segni ed egli risplendesse come astro fulgentissimo fra le dense tenebre del secolo oscuro.»

Quello era il suo secolo. Francesco voleva nascondere le piaghe, ma il Signore ha voluto farle conoscere con alcuni miracoli strepitosi. Da quelle piaghe, anche prendendo il sangue o l’acqua che ne sgorgava, si compivano miracoli e meraviglie. I due brani che seguono lo mostrano.

Le Fonti Francescane dicono che questo piccolo essere, San Francesco, è diventato luminosissimo, pur tenendo nascoste le piaghe. Esse sono in se stesse un mistero dell’incontro d’amore, della pietà di Dio che, nel Cristo crocifisso e attraverso di lui, raggiunge i suoi fedeli, i suoi discepoli, i suoi santi. Sono cose che devono restare nascoste, perché chi le guarda vede soltanto il sangue e le croste che ha formato, come accadeva con Padre Pio, senza comprenderne il senso profondo.

Da quelle piaghe scaturivano una potenza, come dice il testo, e una luminosità per cui questo piccolo uomo, Francesco, brillava come un sole e donava a tutti gioia, pace, conforto, salute, guarigione.

I miracoli e lo sguardo sulla creazione

Un episodio riguarda un’epidemia nella provincia di Rieti:

«Infierì nella provincia di Rieti un’epidemia molto grave e incominciò a colpire con tale violenza ovini e bovini che sembravano quasi tutti destinati a morte irrimediabile. Però un uomo timorato di Dio una notte si sentì esortare per mezzo di una visione a recarsi in fretta nel romitorio dei frati, dove allora il beato padre dimorava, e a chiedere ai frati suoi compagni l’acqua con la quale egli aveva lavato le mani e i piedi. Doveva spruzzarla sugli animali colpiti e così tutta quella epidemia sarebbe cessata. Quell’uomo eseguì tutto questo con premura e Dio conferì all’acqua che aveva toccato le sacre piaghe tanta potenza che, aspersa anche in piccola quantità sui greggi ammalati, debellò totalmente il contagio e gli animali, recuperato il vigore primitivo, correvano al pascolo come se prima non avessero provato nessun malanno.»

Francesco era molto sensibile anche ai doni di Cristo nella natura: agli animali, alle piante. Nel suo cantico d’amore e di lode a Dio, nostro Creatore e Signore, canta molto bene la bellezza degli astri, dei frutti della natura, delle realtà umane.

Non odiava la realtà umana: la leggeva, la viveva, la considerava alla luce superiore, quella giusta, di Dio che ha creato tutto. Oggi, invece, come abbiamo detto, l’abbiamo staccata da Dio. Parliamo di ecologia senza sapere che tutto dipende da lui. Ci sono angeli preposti all’ordine anche ecologico del cosmo, come Dio lo ha creato, perché rimanga nella sua bellezza e nella sua armonia. Noi lo vogliamo distruggere e contemporaneamente pensiamo di poterlo sistemare con le nostre forze debolissime. Sono illusioni nelle quali cadiamo anche noi.

Così avviene per gli animali. Questa esagerazione odierna dell’affetto verso gli animali stona con l’animo di Francesco, perché lui li apprezzava come fratelli e sorelle che Dio gli aveva messo accanto: come il lupo, che era suo amico e lo difendeva.

Questa è la visione cristiana anche della natura, oggi coperta da motivazioni che sembrano scientifiche o etiche: è un inganno, una pura realtà ideologica atea, e noi ce la beviamo. Purtroppo accade così anche per altre cose.

Il testo prosegue con una sintesi dei miracoli compiuti:

«Da allora quelle mani acquistarono tale potenza che con il loro contatto serafico restituivano la salute agli infermi, sensibilità e vita alle membra ormai paralizzate e inaridite e, cosa maggiore di tutte, la vita e l’integrità agli uomini mortalmente feriti.»

Sono indicazioni precise dei mali che guariva. Queste sono le opere compiute da Francesco, le stesse di Cristo, che guariva gli infermi e cacciava i demoni. Nel nostro incontro precedente ho parlato proprio della sua azione contro i demoni, contro gli indemoniati, contro i posseduti da Satana: li vinceva sempre con la sua forza in Cristo, come faceva Gesù. Questa è la sua configurazione a Cristo.

Le opere di Cristo e i miracoli del cuore

Oggi a volte diciamo: «Sì, bisogna fare opere di carità, bisogna aiutare gli altri», ma rimaniamo a un livello molto umano: dare da mangiare a un affamato, visitare giustamente i malati, svolgere altre attività, tutto a livello sociale, politico, culturale. Non è questa la nostra missione. La missione è guarire perché portiamo Cristo in noi. Se avessimo fede e questa assimilazione a Cristo, come Francesco, potremmo farlo.

I santi lo facevano, come Padre Pio: miracoli fisici, ma soprattutto miracoli del cuore. Sono la guarigione di quell’angoscia, di quella pesantezza, solitudine, amarezza e stanchezza che tante volte viviamo. Gesù ce le guarisce. Quando c’è in noi la pace interiore, quella quiete dell’animo di cui parlava Sant’Agostino, tutto è più facile, più bello, e tutto riesce meglio anche a livello umano.

Ma questa guarigione non la cerchiamo, e tantomeno sappiamo darla. Anche noi preti, forse perché non abbiamo la fede necessaria. Eppure sono queste le opere che dovremmo compiere come discepoli di Cristo, come parte della Chiesa, espressione della presenza di Cristo nel mondo. Sono le opere che hanno fatto i santi.

Pensate alla Casa Sollievo della Sofferenza di Padre Pio, un enorme ospedale: negli anni Sessanta e Settanta era un lavoro enorme, sostenuto dalle offerte dei figli sparsi nel mondo intero, che lui riceveva e con le quali pagava ogni mese gli operai. Un lavoro impossibile dal punto di vista umano, anche perché il Gargano è molto roccioso.

Sono andato là mentre si costruiva quella Casa Sollievo della Sofferenza e si sentiva la roccia trafitta dai lavori, perché bisognava realizzare le fondamenta. Poi l’aveva fatta in maniera modernissima, con tutti gli strumenti più moderni, addirittura con la terrazza per far atterrare gli elicotteri.

Lui era un povero frate francescano nascosto a San Giovanni Rotondo, un paese di estrema solitudine. Allora c’erano il convento e qualche casa più in basso; adesso si è ingrandito. Questo è ciò che dovremmo compiere come testimoni dell’amore di Gesù, non soltanto le attività caritative umane, che pure sono utili.

Vedo, per esempio, ciò che accade quando si va a trovare gli ammalati: «Come stai? Che fai? Ti trovo bene». Facciamo loro una carezza, sistemiamo le coperte e i cuscini, diamo loro da mangiare, e finisce lì. Ma come? Se credi che Cristo ti possa guarire, che ti abbia salvato dalla morte, ti fermi lì? Tu, cristiano, devi dire: «Gesù ti ama, lasciati abbracciare da Gesù». Fagli un bel segno di croce: lo accettano tutti, nessuno lo rifiuta, neppure gli atei.

L’ho visto personalmente. La mattina, mentre andavo a scuola, prendevo un cappuccino con un amico in un bar, in un viale a Roma. Alla fine dicevo al cassiere, un uomo del quale non sapevo se credesse o no: «Dio ti benedica», e lui mi sorrideva. Un giorno me ne dimenticai e mi disse: «Ma padre, oggi non mi benedice?».

Noi questo spirito non ce l’abbiamo. Ci occupiamo delle cose materiali, che non servono a niente. Sì, servono, per carità: portiamo una caramella, dei biscottini, certo fanno un po’ bene; ma non è quella l’opera di Cristo. L’opera di Cristo va molto più a fondo. Se ci crediamo, se abbiamo Cristo come Francesco — almeno un po’, perché lui è un santo specialissimo, un gigante pur essendo piccolino — dobbiamo trasmettere un po’ di questa realtà ai figli, ai genitori, ai fratelli, alle persone che incontriamo, agli ammalati, agli anziani, ai piccoli.

La pace di Gesù e il coraggio della fede

Se ci fosse un francescanesimo capace di portare in un mondo materialistico come il nostro un soffio dello spirito infinito d’amore di Cristo — e mi auguro che questa fraternità un giorno possa esserlo — la vita cambierebbe, la guerra finirebbe. Certamente!

Noi invece andiamo dietro ai colloqui; anche per la pace pensiamo che basti stare un po’ insieme e volerci bene. La pace è Gesù! «Ricevete la mia pace», ha detto dopo la risurrezione. Solo con Gesù possiamo trasmettere una pace che blocca anche gli armamenti. Certo, come ha fatto Padre Pio.

Non so se conoscete quell’episodio tremendo: gli Alleati pensavano che San Giovanni Rotondo fosse un centro nazista e, durante l’ultima guerra, mandarono degli aerei per distruggerlo. Il pilota che guidava la formazione vide un frate che gli si presentò con le mani aperte e lo bloccò. Non riusciva più ad andare avanti, non riusciva più ad andare avanti! Non conosceva quel personaggio, ma dovette tornare indietro e San Giovanni Rotondo fu salvato.

Dopo la fine della guerra, il pilota disse: «Voglio andare là a vedere chi era costui». Vide Padre Pio e lo riconobbe. Questi sono gesti francescani, veramente francescani! Dovremmo avere un po’ più di fede, un po’ più di coraggio.

Un fuoco che rende simili a Dio

Concludiamo con quest’ultimo, bellissimo brano delle Fonti Francescane:

«Davvero era giusto che quest’uomo beato apparisse insignito di questo privilegio singolare, giacché tutta la sua opera pubblica e privata aveva di mira la croce del Signore. Anche quella meravigliosa dolcezza, mansuetudine ed austerità di vita, quell’umiltà profonda, quell’obbedienza pronta, quella povertà esimia, quella castità illibata, quella amara contrizione di cuore, quel profluvio di lacrime, quella pietà appassionata, quello zelo ardente, quel desiderio di martirio, quell’eccesso di carità, insomma quel patrimonio così vario di virtù cristiformi che altro mostra in lui se non un progressivo assimilarsi a Cristo e, per così dire, un predisporsi alle sue sacre stimmate. Per questa ragione, come tutta la sua vita dalla conversione in poi era stata abbellita dai misteri luminosi della croce, così alla fine, alla vista del serafino sublime e dell’umile crocifisso, egli fu tutto trasformato nell’immagine di colui che gli era apparso mediante la forza di un fuoco deiformante…»

Cristiformi. Deiformante: un fuoco che ci forma, ci fa simili a Dio. Questa è la configurazione di Francesco a Cristo.

Per me questo brano conclude benissimo il percorso dei suoi ultimi anni. Padre Pio ha portato le stimmate per cinquant’anni; Francesco soltanto per pochi anni. Ha però sofferto moltissimo e ha avuto anche tentazioni forti proprio mentre portava le stimmate, perché il diavolo voleva distruggerlo o farlo peccare di orgoglio. Invece si è sempre assimilato a Cristo.

Questo gigante umile del cristianesimo ha fatto vivere questa realtà in quel tempo oscuro di cui parla il testo; oggi il tempo è molto più oscuro di allora. Dovremmo avere altri santi. Abbiamo avuto Padre Pio, che è già stato un grande francescano, ma anche tutti noi cristiani dovremmo sentire questo impegno. Siamo molto deboli a livello spirituale, molto più presi dalle cose mondane: questo è ciò che vedo.

La realtà trascendente, bellissima, di Gesù, il Crocifisso e Risorto, di Dio Padre, amorevolissimo, dolcissimo, dello Spirito Santo che ci santifica e ci trasforma in Cristo: tutto questo dovremmo viverlo pienamente, intensamente, e poi trasmetterlo come vorrà il Signore.

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.

San Francesco d’Assisi, prega per noi.
San Francesco d’Assisi, prega per noi.
San Francesco d’Assisi, prega per noi.
San Francesco d’Assisi, prega per noi.

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