La nonnina dei Rosari del Križevac

Sulla pietra chiara del Križevac la luce cambia in fretta. Al mattino è netta, quasi tagliente; verso sera diventa più morbida e sembra posarsi sulle cose senza peso. Chi sale lo capisce subito: qui ogni passo è un piccolo patto con la fatica. E chi scende, con le ginocchia in protesta e il fiato che torna piano, si accorge che la montagna non finisce quando finisce il sentiero: resta addosso, come un pensiero.
Anche il vento sul Monte Križevac ha un suono particolare. Chi ci è stato lo sa: fischia tra i rovi, si insinua tra le rocce appuntite consumate da milioni di passi, e porta con sé il respiro di chi sale in cerca di pace. Per anni, quel vento ha accarezzato il volto segnato dal tempo della “nonnina” che, per i pellegrini, era diventata parte integrante della montagna stessa, stabile quanto la grande croce bianca che svetta sulla cima. Per anni, proprio nel punto in cui molti si concedevano una sosta, c’era una presenza che sembrava appartenere al paesaggio quanto le pietre e gli arbusti. Una donna anziana, minuta, con lo sguardo limpido e un sorriso che non chiedeva nulla. I pellegrini la chiamavano “nonna Zdravka”, e la riconoscevano anche senza conoscerne il nome: era “quella dei rosari”.
Non stava lì per fermare la gente. Non alzava la voce. Stava seduta, e la sua sola calma era un invito a rallentare. Davanti a lei, rosari semplici, allineati con cura. Non erano rosari preziosi, erano di plastica e l’unica loro ricchezza era il colore: bianchi, azzurri e neri. Li porgeva come si porge un bicchiere d’acqua lungo una strada: con naturalezza, senza enfasi. A volte qualcuno lasciava un’offerta. A volte no. Lei, in ogni caso, restava uguale: come se il vero scambio non fosse quello tra mano e mano, ma quello più silenzioso tra cuore e cuore.
C’era chi si fermava per una foto, perché certe figure sembrano nate per diventare memoria. E lei acconsentiva, paziente, come una nonna che sa che gli adulti hanno bisogno di segni semplici per credere che ciò che vivono non sia stato un sogno. Altri le chiedevano una benedizione, o una preghiera. Lei magari non capiva tutte le parole, ma capiva l’essenziale: la stanchezza, la speranza, quel misto di commozione e pudore che si vede negli occhi di chi è venuto fin lì non solo per “vedere”, ma per cambiare.
Per decenni, la sua figura minuta è stata un faro lungo l’ascesa. Non era una teologa, non faceva grandi discorsi. Zdravka faceva qualcosa di molto più potente: intrecciava la preghiera. Seduta sul bordo del sentiero, spesso incurante del caldo torrido dell’estate erzegovese o del freddo pungente dell’inverno, teneva tra le mani quei fili e quei grani che per il mondo erano semplici corone, ma per lei erano le armi più potenti mai inventate.
I pellegrini che passavano da lei, affaticati dalla salita, le chiedevano con gli occhi: “Nonna, come fai a stare sempre qui?”. Lei rispondeva offrendo un rosario. Non vendeva semplicemente un oggetto; donava lo strumento che l’aveva salvata. E non erano parole dette a caso. Per tanti pellegrini, toccati dalla sua figura, lei era semplicemente ‘Maria’. Un nome che lei stessa finì per fare suo: non parlando italiano, sentiva ripetersi quella parola e rispondeva allo stesso modo, in un candido equivoco. Anch’io ho fatto parte di quella storia: fin dalle mie prime salite, sostavo da lei e la chiamavo con quel nome.
Di Zdravka non si raccontavano imprese straordinarie. Eppure la sua vita, a guardarla bene, era fatta di straordinaria fedeltà. Aveva lavorato a lungo, in tempi duri, quando la giornata iniziava presto e la schiena imparava a reggere senza lamentarsi. Aveva lavorato nella coltivazione e nella lavorazione del tabacco, in anni in cui non si poteva scegliere molto, se non la dignità con cui vivere le necessità del quotidiano. Proprio per questo, quando qualcuno le chiedeva come avesse fatto a “restare in piedi” in mezzo a tante prove, lei rispondeva con la semplicità di chi ha una sola lingua per spiegare il mondo: il Rosario.
Non era una frase fatta. Lo si capiva dal modo in cui stringeva i grani, dal ritmo pacato con cui sembrava pregare anche mentre riposava. Chi l’ha incontrata ricorda una frase che lei ripeteva come una confidenza: con il Rosario aveva vinto tutte le battaglie. Battaglie non da romanzo, ma quotidiane: la fatica, la paura, la povertà, le preoccupazioni, le ferite che non si vedono. Battaglie che non finiscono con una vittoria rumorosa, ma con una pace che si deposita piano.
E c’era un dettaglio che molti riportavano, perché a Medjugorje i dettagli diventano simboli: Zdravka aveva un punto preciso per pregare sul monte. La Terza Stazione della Via Crucis, quella della prima caduta. Non è difficile intuire perché: la caduta è l’esperienza comune, quella che unisce il giovane che inciampa in una crisi, la madre che non dorme per un figlio, l’anziano che sente il corpo cedere. Scegliere quella stazione, giorno dopo giorno, era come dire: non si vive per non cadere; si vive per rialzarsi con Dio.
Intanto i pellegrini passavano. Arrivavano in pullman, in piccoli gruppi, con guide che ricordavano di parlare a bassa voce, con rosari già al collo e altri ancora da comprare. Salivano, pregavano, scendevano. E, senza che nessuno lo dichiarasse, quell’anziana donna diventava per molti la prova concreta che la fede non è solo un evento, ma una perseveranza.
Poi, il giorno 14 di questo mese, all’inizio di questo nuovo anno, la notizia corre più veloce dei passi sul sentiero: Zdravka non c’è più. Non la si vede alla sua postazione. Non si intravede quel sorriso. Non c’è la mano che porge un rosario a chi ha le dita intorpidite dal freddo o dalla stanchezza.
Quando muore una persona così, non si spegne soltanto una vita; si spegne un’abitudine buona, un frammento di quotidiano che sembrava “garantito”. E infatti la sensazione, per tanti, è stata quella di un vuoto concreto: come se mancasse una pietra del sentiero. Gli articoli che hanno dato l’annuncio hanno fatto ciò che si fa a Medjugorje quando qualcuno se ne va: lo si affida alla promessa che qui si ripete come un respiro, quella della risurrezione e della vita.
E allora, se uno prova a immaginare l’ultimo saluto, lo vede così: non come una scena grandiosa, ma come un ritorno. Una donna anziana che ha passato anni a offrire rosari a sconosciuti, che ha sostenuto la propria vita con la preghiera e con la dignità del lavoro, che ha scelto ogni giorno la stazione della caduta come luogo della sua fedeltà. Una donna che, nel silenzio, ha insegnato a molti che la santità non ha sempre il volto dei grandi nomi: a volte ha il volto di una nonna seduta su una pietra, in mezzo alla polvere del sentiero, con un sorriso che ti ricorda che non sei solo.
E il Križevac, intanto, resta. Ma chi lo percorrerà, da questo gennaio, sa che c’è una presenza in meno agli occhi, ma una presenza in più nel cuore.