Omelie liturgiche (386)
Omelia: « Gesù chiama ognuno a seguirlo ma quanta durezza e sordità di cuore »
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Parola del Signore
Trascrizione dell’omelia
Questo famoso brano racchiude tre aspetti molto significativi che si riflettono sulla nostra vita cristiana. Il primo è l’incontro interpersonale fra Gesù e Matteo. Il secondo è la reazione dei farisei al fatto che Gesù mangi insieme ai peccatori con i suoi discepoli. Il terzo riguarda la fortissima conclusione dell’episodio.
Primo aspetto: L’incontro interpersonale tra Gesù e Matteo
Nel primo aspetto, sorprende il fatto che Gesù vide un uomo chiamato Matteo seduto al banco delle imposte. Ci si può chiedere quale sguardo Gesù doni a questa persona, considerando che dietro lo sguardo c’è subito una parola e che occorre comprendere cosa egli abbia visto in lui. Si può supporre che Gesù abbia notato una sua sensibilità interiore e un’apertura verso una vita più significativa e nobile dal punto di vista spirituale, un animo che poteva essere plasmato secondo la potenza dello Spirito e della parola di Cristo.
Per questo motivo gli dice subito: “Seguimi”, cioè “vieni dietro a me”. Tuttavia, per andare dietro a Gesù occorre lasciare tutto: il proprio lavoro, il guadagno, la vita, le ricchrezzze, gli impegni e le soddisfazioni mondane e terrene. Quest’uomo si alza e lo segue. In questo gesto Matteo dimostra due aspetti molto importanti. L’atto di alzarsi, mentre prima era seduto, indica un elevarsi al di sopra della questione delle imposte, fatta di denaro, truffe e cose umane meschine. Rappresenta una sorta di risurrezione e di elevazione interiore che il suo animo sensibile ha captato, muovendosi immediatamente senza porre alcuna domanda o interrogativo su chi lo chiamasse, su cosa volesse o su quale prospettiva gli proponesse. Tali interrogativi nascono spontaneamente in chi viene tolto da uno stato di vita comodo per essere condotto verso una novità sconosciuta.
Si apprezza così la disponibilità e la generosità di quest’uomo, che lo ha seguito unicamente affascinato da Cristo. Nella sua visione di colui che lo chiamava, egli ha intravisto una spiritualità elevata, una nobiltà di vita o un volto trasparente, sincero e luminoso. Questo rimane un mistero insito nell’incontro spirituale tra la creatura umana e il Salvatore del mondo, Gesù Cristo.
Il fatto che deve farci riflettere è che tutti noi siamo stati chiamati. Eravamo seduti nella realtà peccatrice in cui siamo nati, segnati dal peccato originale, dalla miseria e dalla debolezza umana. Abbiamo ricevuto questa chiamata poco dopo la nostra nascita terrena, ed essa perdura senza esaurirsi mai. La questione fondamentale è come l’abbiamo ascoltata, accolta e vissuta, ovvero se ci siamo alzati e lo abbiamo seguito.
Questa chiamata risuona in noi in continuazione. Ogni Eucaristia è un richiamo al suo amore, ogni Vangelo è un invito ad amarlo sopra ogni cosa, ed ogni sofferenza è una prova attraverso cui il Signore ci chiama a cambiare vita, fidandoci di lui e non soltanto dei rimedi umani o delle nostre forze. Tuttavia, spesso reagiamo con molta insensibilità e mancanza di generosità. Per questo restiamo sempre uguali e non ci alziamo a cambiare il nostro atteggiamento per diventare cristiani convinti e attenti a ciò che il Signore ci chiede. Egli ci chiama a seguirlo ovunque ci conduca, poiché ci guida verso il bene, la vita eterna e la beatitudine senza fine, pur attraverso le prove della vita terrena, dei nostri peccati e della nostra miseria.
Secondo aspetto: La reazione dei farisei e il rischio del fariseismo
Come secondo aspetto, Matteo invita Gesù a casa sua per condividere il pranzo, e i suoi compagni lo seguono per mangiare insieme. Gesù siede così accanto ai pubblicani, esattori delle tasse considerati pubblici peccatori che non potevano partecipare neanche alle funzioni del tempio, e a persone che vivevano nel mondo in modo pagano. A questo punto nasce lo scandalo dei farisei benpensanti. Essi si rivolgono ai discepoli chiedendosi come mai il loro maestro, così eccelso e capace di grandi miracoli, mangi insieme ai pubblicani e ai peccatori, partecipando alla loro negatività, sporcizia e vita peccaminosa.
Questo è il ragionamento umano dell’uomo che si ritiene giusto. Il fariseo compie i doveri della legge, ma non segue la libera scelta di amare Gesù e la sua parola sopra ogni cosa. Si creano così due reazioni contrapposte: mentre Matteo mostra una disponibilità immediata, i farisei mormorano, criticano e condannano. Gesù percepisce questa posizione avversa alla sua intenzione, al suo apostolato e alla sua missione.
Riflettendo bene, spesso questa può essere anche la nostra posizione. Possiamo andare a messa la domenica, fare del bene, recitare il rosario o fare carità vivendo secondo la legge del Signore, ma occorre chiedersi con chi stia davvero il nostro cuore. È fedele alla parola di Gesù e al suo amore sconfinato, oppure agli interessi umani che ci travolgono verso una vita materialistica e terrena? Quando la voce di Gesù ci chiama ad alzarci da un cristianesimo “a mezz’asta”, rischiamo di cadere nel fariseismo. Ci riteniamo a posto, bravi e buoni perché osserviamo la legge e non facciamo del male a nessuno, ma nelle azioni quotidiane i nostri interessi personali finiscono per sovrastarci, facendoci perdere il senso di seguire veramente Gesù in pienezza d’animo.
Terzo aspetto: La misericordia e la conclusione del discorso
Nel terzo aspetto, con cui si conclude questo racconto, Gesù chiarisce in modo luminoso che non sono i sani ad avere bisogno del medico, ma i malati. Se i farisei si sentono sani sul piano morale, spirituale e della legge di Dio, ritenendosi in diritto di giudicare chiunque, pensano di non avere bisogno di lui. Gesù osserva questa chiusura con disapprovazione e sofferenza, affermando di non essere venuto per i giusti, ma per i peccatori.
Tuttavia, tutti siamo peccatori e tutti abbiamo estremo bisogno di Cristo. Indurendoci come i farisei, pensiamo di stare a posto e lasciamo Gesù al di fuori. Egli chiarisce allora la vera soluzione: Dio non vuole i sacrifici rituali del tempio o l’adempimento formale della legge, ma la misericordia. La misericordia è l’atteggiamento di chi comprende di non poter rimanere chiuso in se stesso né verso gli altri, riconoscendo la propria debolezza quotidiana fatta di pigrizia, egoismo, ansia, invidia e durezza di cuore.
L’evangelista Matteo rivolge quindi un appello ai cristiani affinché sciolgano il proprio cuore e non si lascino confondere dalle realtà esteriori o formali. Occorre seguire l’amore di Gesù, l’unico in grado di salvarci dalle nostre carenze affettive, dalle sofferenze e dalle ansie, riempiendoci di gioia e compassione e trasformando le prove in momenti di grazia e santificazione. Aprire il cuore a Gesù significa riconoscergli con umiltà: “Abbi pietà di me, sono un peccatore, ma tu mi ami perché sei venuto per questa ragione, per me, per salvarmi”.
(ndr: trascrizione ottenuta con l’intervento di AI NotebookLM)