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Catechesi di P. Jozo Grbeš, Provinciale della Provincia fracescana dell’Erzegovina, al 36° Festival dei Giovani a Medjugorje

Buongiorno a tutti.

Nelle scorse sere, insieme a voi, ho riflettuto su due aspetti fondamentali. Oggi vorrei proseguire su questi due argomenti. Li definirei due aspetti della vita, o meglio, la vita della legge e la vita dell’amore. Spesso pensiamo: “Sono buono, la mia vita va bene, rispetto i comandamenti, faccio questo lavoro, appartengo a questo gruppo”. Questa logica è frequentemente alla base dell’ego umano e della psiche umana. A un certo livello, tutte le organizzazioni necessitano di tale struttura. Ma questo non è tutto. Si dice che la legge porta alla morte, eppure tanti cristiani continuano a essere imprigionati nella legge, credendo che se fanno le cose giuste in qualche modo otterranno l’amore e l’accettazione da parte di Dio.
Come ben afferma una mistica dei nostri tempi, lei dice: “Da bambina, le regole mi proteggevano dal pericolo e dalla condanna, mi proteggevano dal trasgredire i comandamenti del Signore. Pensavo che le regole portassero al successo: non bevevo, non fumavo, non giocavo d’azzardo, non rubavo. Dicevo sempre ‘non fare questo, non fare quello’, e così il mio elenco di ‘giustizie’ cresceva. Riuscivo con successo a dire ‘no’ a tutto, ma ero consapevole che la mia vita aveva un certo vuoto. Nonostante tutto ciò a cui dicevo di no, mancava sempre qualcosa. In altre parole, queste regole mi limitavano, erano composte da troppi divieti: ‘non fare questo e non fare quello'”.
La comprensione ha iniziato a manifestarsi un giorno mentre ero seduta sul divano nella mia casa. Un raggio di sole pomeridiano illuminava la stanza, e mentre riflettevo, a un certo punto ho sentito come se il Signore mi avesse detto: “Hai costruito una vita piena di regole. Le tue regole mi hanno escluso, tenendomi fuori, e hanno imprigionato te dentro”. In quel momento non avevo ancora compreso che la vita con Dio non si basa sulla mera osservanza delle regole. Il cristianesimo non è fondato su precetti come “non uccidere, non peccare”. È stato allora che ho capito di aver completamente frainteso cosa significasse essere cristiani. Dunque, se non si tratta delle regole, in cosa ho sprecato la mia vita? E se ho capito tutto in modo così errato, cosa altro ho frainteso riguardo al Signore? Questa è una domanda ancora più importante: cosa dovrei fare ora per rimediare a questo? Le regole mi avevano lasciata vuota dentro, ma il sentimento che lo Spirito mi liberava… …per una relazione con Dio era così potente e viva che io, semplicemente, potevo chiamarla con la parola più grande che mi viene in mente: la gioia, una gioia enorme. Questa nuova consapevolezza ha iniziato a riempire il vuoto che sentivo. Ho scoperto che la relazione con Dio e il mio dimorare in Lui mi rendono una persona integra, sia interiormente che esteriormente. E lei conclude: “Forse l’amore, la parola ‘amore’, è la descrizione migliore di ciò che ho sentito entrare in me”. Sì, quella profonda consapevolezza di essere amata. “La mia via,” dice lei, “il mio cammino, forse è stato troppo lungo, dalle leggi e dai limiti fino all’amore, ma è stato estremamente importante”.
Amici, sì, la legge è dura, limita, ma è certamente necessaria per la natura umana corrotta. Le leggi sono importanti in qualsiasi sistema per smascherare e contenere il nostro egocentrismo, e per facilitare la vita di una comunità, sia essa familiare o nazionale. Senza leggi, la vita sarebbe un’anarchia. Ma allo stesso tempo, bisogna comprendere che la legge è solo una base, un inizio, la prima parte della vita. Temo che certe persone non entrino mai in quella seconda parte della vita. Eppure, quel viaggio nella seconda fase della nostra esistenza ci attende tutti. Forse alcuni non vi arrivano, alcuni non cercano nemmeno di farlo, altri non lo desiderano, e altri ancora non comprendono la potenza e la qualità dell’amore della legge di Cristo. Alcuni, addirittura, non sanno nemmeno che esista. In generale, siamo una cultura della prima parte della vita, che pensa solo a come sopravvivere e a come creare sicurezza. Invece, il compito più grande è scoprire il senso di tutto questo. Thomas Merton, il più noto mistico americano del XX secolo, ammonisce quando dice: “Passiamo tutta la vita salendo sulle scale verso l’alto; invece, quando arriviamo in cima al muro, ci rendiamo conto che le scale erano appoggiate sul muro sbagliato.”
Cari amici, ciascuno di noi, magari, spesso percepisce che c’è qualcosa che non funziona, qualcosa che non è come dovrebbe essere, che non quadra. Eppure, continuiamo ad andare avanti senza porci troppe domande. Presumo che ci lasciamo semplicemente trascinare dalla vita. Per questo i cattolici spesso si confessano, perché girano nello stesso cerchio. Poi, magari, qualche volta l’uomo, finalmente, capisce che le scale sono sul muro sbagliato, che la via intrapresa è errata, o che si trova ancora nei limiti della prima parte della vita.
Cari amici, la vita è troppo breve per commettere troppi errori, ma allo stesso tempo è anche troppo corta per non fare quegli errori dai quali l’uomo può trarre saggezza. Le tradizioni e le strutture ci proteggono dalla caduta, ma allo stesso tempo ci mostrano come cadere, come imparare da queste cadute. L’uomo, cioè, da queste cadute – che io chiamo la prima parte della vita – impara a non cadere nella seconda parte dell’esistenza. Ma alla fine, tutti noi sappiamo che, come i bambini che cercano di imparare ad andare in bicicletta, questo cadere ci insegna due cose: l’equilibrio e la guida. Coloro che pensano di non cadere mai, probabilmente non hanno ottenuto né equilibrio né hanno imparato a guidare nella vita. Vivere con loro è molto difficile. Sono “giusti”, sanno tutto senza vera conoscenza, hanno sempre ragione, e la loro testardaggine è la loro dimensione più grande. La domanda che ci si pone, di solito, è: “Sono io uno di questi?”
In questa prima parte della nostra vita c’è troppo comportamento difensivo, troppi attacchi. Ma la maturità e la sapienza umana della seconda parte non sono né l’una né l’altra. Gran parte della storia è stata spesa nella costruzione di strutture, simboli, lealtà, limiti dell’immagine pubblica, e poi, a un certo punto della vita, l’uomo si chiede: “Ma qual è il senso di tutto questo?” O, come dice Cristo: “La vita è più del cibo, la vita è più del vestirsi. E cosa giova all’uomo se ottiene il mondo intero, ma perde la propria vita? O che cosa l’uomo può dare in cambio della propria vita?”
Sì, mi sembra che il problema nella prima parte sia proprio questo: investiamo troppo, sprechiamo tanto sudore, tante lacrime, tanti anni, al punto che è difficile immaginare che esista anche una seconda parte. Molte tradizioni usano diverse metafore per descrivere questa via, questo cammino dove si distinguono queste due parti: coloro che sono “provati” e quelli che “hanno esperienza”; “junior” e “senior”; la “legge” e lo “spirito”; “battezzati” e “cresimati”; “mattina” e “sera”. O come Cristo dice a Pietro: “Quando eri giovane… Quando eri giovane, Pietro, quando invecchi…”.
Cari amici, solo quando la persona inizia a vivere la seconda parte della vita può vedere la differenza tra queste due parti. Solo allora può conoscere i propri peccati, le proprie debolezze, lottare contro il proprio ego, la propria eccessiva testardaggine e tutto ciò che è negativo nel suo “libro di vita”. Dio non ha nipoti, Dio ha solo figli. Ciascuno di noi può attraversare quella strada. Ogni generazione, per sé, deve scoprire quel “campo” e la potenza dello Spirito. Se non riusciamo a farlo noi, allora la nostra vita sarà solo una reazione alla generazione precedente. E se la vita è solo una reazione, allora non è una vita libera.
Sì, nessuno in questo può aiutarci: né amici, né mistici, né sacerdoti, né guide spirituali, né fratelli, né il migliore amico. Nessuno può fare al posto nostro quel lavoro, attraversare quella via di ricerca. In questa prima parte della vita, Dio è stato così spesso nominato, così spesso mal utilizzato e così spesso travisato, che mi sembra che nemmeno Lui si sarebbe riconosciuto. Vi ricordate dell’amministrazione di Joe Biden, di quel “grande cattolico” in America? Nemmeno il buon Dio avrebbe potuto comprendere il significato di ciò.
Sì, è vero: l’uomo ha bisogno di identità, sicurezza e ordine, ma ha bisogno anche di questa parte più importante. Quando l’uomo lo fa per tempo, diventa libero: libero dai complessi, dalle aspettative, dai riconoscimenti. Non c’è più bisogno di proteggere la propria identità, il proprio “io”, di provare a confermare chi è o cosa è, perché quando l’uomo si libera del narcisismo e del parlare di sé, allora entra negli spazi di salvezza. Io credo che allora l’uomo diventi così libero, talmente libero, e comprenda la potenza dello Spirito, che semplicemente si toglie di dosso il peso del passato, tutto ciò che era gravoso, tutto ciò che si ricordava, quello che gli altri hanno detto o fatto, tutto ciò che appesantiva la sua anima. Allora l’uomo accoglie l’opinione del prossimo in maniera giusta e sana, così che il passato diventa esclusivamente sapienza. Solo questa sapienza! Quanto è importante comprendere bene questa parte, quanto è importante capire che anche le cose del passato, quelle che sono più dolorose nella vita di un uomo, ci insegnano più di ogni altra cosa. Perciò non dobbiamo sopprimerle, non dobbiamo ripeterle come un sistema di attacco, ma dobbiamo sfruttarle per acquisire saggezza, perché l’uomo… …possa uscire dalla prima parte, che è troppo piccola, stretta, limitata a se stessa, concentrata sul proprio ego e sui propri piccoli interessi. Sì, il primo segno di entrata nella seconda parte della vita è l’uscita dalla propria casa, dalla propria dimora, o come oggi spesso diciamo, dalle “zone di comfort”. Una volta usciti da ciò, allora la vita trova la propria via. Allora comprendiamo quel cammino biblico, perché all’inizio di tutta la storia biblica c’è Abramo, a cui viene detto: “Va’ dalla tua terra, dalla tua casa, dalla casa di tuo padre, va’ in qualche paese che ti farò vedere.” Questa è la stessa filosofia, la stessa chiamata. Quando Gesù dice: “Se qualcuno viene a me e non rinuncia a coloro che ha lasciato – padre, madre, moglie, figli, fratelli e sorelle – e anche alla propria vita precedente, non può essere mio discepolo. Non comprenderà la potenza della libertà.” In poche parole, lasciare la prima parte è la chiave di ogni inizio, di ogni partenza.
Il messaggio di Gesù non era un invito alla conversione tradizionale o a un ritorno all’alleanza ebraica. Al posto di questo, Cristo ha parlato del cambiamento della consapevolezza, dell’opinione sulla vita, ponendo domande che sono al di sopra dei tempi. Domande come: “Cosa significa morire davvero prima di morire?” e “Cosa significa rinascere?” “Come perdere la propria vita per ottenere quella vita grande?” “È possibile vivere in questo mondo egoistico nell’amore che non è egoistico?” Sono domande sulla sapienza, semplici ma così grandi, perché il messaggio grande di Cristo è un messaggio grande e semplice. La maggior parte delle vocazioni dei discepoli nel Nuovo Testamento è una chiara chiamata a lasciare il proprio padre, la propria casa, le proprie reti. Il Vangelo ci dice che Lui li chiamò, ed essi subito lasciarono la barca e il padre e Lo seguirono.
Probabilmente, l’uomo non può intraprendere questo “viaggio dell’altro” senza aver concluso la prima parte della vita. E in ogni esistenza, questo passaggio è diverso, sempre più complesso, spesso più tragico o doloroso. Così Abramo accumulò molte delle sue ricchezze prima di andare avanti. Agostino accumulò molti piaceri prima di entrare nella seconda parte. Francesco d’Assisi accumulò molte feste e desideri prima di diventare santo. Davide e Paolo accumularono molti omicidi prima di comprendere Dio. Maria Maddalena accumulò tanti diversi amori prima di incontrare il Nazareno. Molti di noi accumulano tante salite e cadute, o tanti peccati e povertà personali, prima di “fermare” la vita e chiederci: “Cosa fare adesso?”
Michail Gorbačëv, l’ultimo leader del comunismo sovietico, nel 1985, la sera prima di diventare il primo uomo dell’Unione Sovietica, mentre camminava con sua moglie, a un certo punto le disse: “Domani è un grande giorno.” Le raccontò la situazione della nazione, che conosceva molto bene, e pronunciò una frase che si dice essere la più importante nella storia politica della seconda parte del XX secolo, quando affermò: “Senti, così non si può andare avanti.”
Questa è una domanda personale per ciascuno di noi. È il momento in cui, nella prima parte della vita, l’uomo comprende che “così non si può andare avanti”, che “devo andare più in alto”. Comprende che non è sufficiente solo la legge, non sono sufficienti solo i margini, non è sufficiente solo finire il lavoro. Io spesso l’ho detto e lo pronuncio con amore: nella nostra Chiesa, almeno come la vedo io, ci sono due tipi di sacerdoti. Alcuni fanno il lavoro, e lo fanno bene, semplicemente per farlo. Le parrocchie sono in ottima situazione, le finanze sono gestite in modo perfetto. E qui finisce tutto. Poi ci sono gli altri sacerdoti, l’altro tipo, che vive la propria vocazione nella potenza dello Spirito Santo. Ed è molto chiaro chi la gente vuole seguire.
Il messaggio di Gesù, cari amici, predica chiaramente l’importanza del cambiamento quando dice ai suoi ascoltatori: “Convertitevi, cambiate la vostra mentalità, il vostro status.” In poche parole: “Non potete continuare così.” La maggior parte di noi, ci dicono gli psicologi moderni, è disposta a mettere in discussione solo il 5% delle informazioni riguardo a qualsiasi cosa. E io mi chiedo: è davvero così? L’uomo è così preoccupato di avere ragione, che ciò che sa gli basta per argomentare tutto il resto? Cari amici, io credo che proprio questo “luogo” sia quello che ci aiuta a entrare in quella seconda parte della nostra esistenza. Non è una questione cronologica, non riguarda gli anni. Più l’uomo entra “dentro”, più sarà vicino a Cristo. Allora, in pieno, potremo comprendere… …che cosa significa quando Cristo ha detto che esiste un solo comandamento: il comandamento dell’amore. Esso comprende l’anima umana, la riempie ed è la base dell’uomo, della sua felicità, della sua bontà, della sua speranza. L’amore gli dona pace quando muore. Per questo Cristo ha semplificato la vita, togliendo tutti i limiti, tutte le leggi possibili e impossibili, radunando tutto in uno. Come dice Padre Arrupe: “Oltre la ricerca del Signore, nulla nella vita è più importante che avere amore.” Esso è ciò che al mattino vi fa alzare dal letto, è ciò che decide come passare la vostra giornata, quanta sofferenza potete subire, quanta gioia condividere. Modella la vostra anima e tutta la vostra vita.
Sì, l’amore decide tutto, ed è giusto così, perché Dio è amore. Se questo è vero – e lo è – se Dio è amore, allora l’amore è uguale a Dio. Quindi, quando l’uomo comprende questa dimensione semplice, comprenderà di essere più forte di tutti i limiti. Se non lo prendiamo come punto di partenza per la vita, allora la vita diventa semplicemente una “cosa ricca”. Se ami tua moglie, è semplice essere un buon marito. Se ami tuo marito, è semplice essere una brava donna. Se ami i figli, è facile essere un bravo padre o una brava madre. Se ami Cristo, è semplicemente facile essere un buon sacerdote. Se ami il tuo lavoro, è semplice essere un buon operaio. Se ami la tua patria, è semplice essere un politico fantastico. Sì, l’amore rende tutto semplice. Esso è pienezza della legge, pienezza della vita, pienezza del viaggio e, per questo, è la pienezza della seconda parte. Dà senso ai nostri limiti.
In questa seconda parte, cari amici, io credo che arrivi ciò che è molto importante per la vita dell’uomo: la purificazione, che purifica l’anima dal “fango” e dall’ “immondizia” di tante cose. Solo poco fa sono diventato consapevole di qualcosa che si chiama “detox”, e mi sembra sia diventato molto moderno. Se vogliamo purificare il nostro corpo, dobbiamo liberarlo da tante cose velenose: cibo, bevande e altro. Questa detossicazione o “detox”, in generale, riguarda il processo di eliminazione delle sostanze dannose per il corpo. Allo stesso modo, anche con l’anima: dobbiamo purificarla, dobbiamo portarla in superficie, dobbiamo portarla a Dio. Dobbiamo essere consapevoli di questo processo.
Cari amici, siamo tutti consapevoli: c’è tanta immondizia attorno a noi, e così c’è tanta immondizia anche dentro di noi. Quanto è importante comprendere quel detto che recita: “Amico, tu sei il capitano della tua anima, tu sei il padrone del tuo destino.” Non usare scuse, dicendo che qualcun altro è colpevole. Io personalmente non credo in questo. Sei tu che decidi cosa fare e come farlo. E quando l’uomo decide di togliere questa immondizia, questa sporcizia dai propri occhi, dalla mente, dai suoi “tempi”, allora comprenderà la seconda parte della propria esistenza.
Cari fratelli e sorelle, cari giovani, questo è il luogo dell’incontro. Credo che in questi giorni voi abbiate incontrato persone interessanti da diverse parti del mondo. Credo che siate usciti dalla vostra “zona di comfort” e abbiate incontrato qualcuno di un’altra lingua, di un altro paese. E in questi incontri, la nostra vita si arricchisce. A me è successa una cosa simile qualche tempo fa. Celebravo la Santa Messa qui in un luogo vicino. Prima della Messa ci siamo preparati: c’erano diversi chierichetti e diversi sacerdoti. Tra loro c’era un ragazzo, più grandicello. Circa quindici minuti prima della Messa, lui mi dice: “Posso mandare in fretta un messaggio a mamma perché ho dimenticato di dirle qualcosa?” Ho risposto: “Certo, puoi farlo.” Lui ha tolto il telefono dalla tasca. Io guardo il telefono e poi guardo lui. Era ancora un vecchio cellulare. Voi giovani non sapete nemmeno che aspetto abbia quel telefono! Io lo guardo e lui l’ha rimesso in tasca. Gli chiedo: “Ma che cos’è quello?” “Ah,” dice, “è un telefono vecchio”. E io: “E allora?” Lui risponde: “Sai, mesi fa mi sono detto: ‘Non è possibile andare avanti così.’ Avevo un telefono smartphone nuovo, e mi ha fatto due cose nella vita, quel telefono: mi ha reso impuro e mi ha rubato tutto il tempo.” Allora io ho detto: “Un giorno, basta!” E l’ho buttato via. Per un mese non sono stato bene e tutti mi deridevano. Ma dopo un mese sto bene. “E sai,” mi dice, “ora ho tanto tempo libero”. E quando poi ho detto di “no” e continuavo a dire di “no”, per me era sempre più facile. Allora io gli chiedo: “Ma quanti anni hai?” Lui mi disse: “17”. Se un ragazzo di 17 anni prende una decisione del genere in un mondo che è esclusivamente digitale, allora cosa possiamo dire di noi?
Lui mi sembra come se fosse entrato in una seconda parte della vita così giovane. È diventato consapevole dell’immondizia, della sporcizia che distrugge la sua anima. Allora lui ha detto: “Non si può andare avanti così.” È diventato consapevole: “Io sono il capitano della mia anima, io decido il destino.” Poi lui, mi disse, tolse quel telefono, lo aprì e mi disse: “Guarda, per me è sufficiente, perché così posso mandare messaggi e chiamare chi voglio. Per il resto, ho il computer a scuola.” Io gli ho baciato la mano.
Alla fine, cari giovani, per noi tutto è possibile. Possiamo crescere in fretta, crescere spiritualmente, entrare nella seconda parte della vita, oppure dirci: “Anche io posso fare così,” o magari: “”Così non si può andare avanti!”” O ancora: “”Anch’io vorrei essere una persona santa come lui o lei.”” Oppure come il saggista Joshua K., convertito alla fede cattolica (e sono sempre più numerosi i convertiti). Lui è autore di bestseller del New York Times, ex scrittore che parlava della Casa Bianca, storico. Ha solo 34 anni e dice due cose: “Voglio rendere la sapienza nuovamente popolare nella mia generazione, perché lo scopo della mia vita è essere santo.” Questo è possibile. È proprio possibile. Grazie.

ndr: questa è una trascrizione – personale e non completamente letterale – della catechesi

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