La mia via verso la Verità: un viaggio dalla disperazione alla Fede in Cristo
Testimonianza di Ana
Il mio nome, ricevuto al battesimo, è Ana e provengo dalla Bosnia-Erzegovina. La mia vita è stata segnata da esperienze dolorose, ma attraverso ogni avversità ho finalmente riconosciuto il Dio vivente. Ho creduto in Lui, ho sperimentato la Sua grazia e la Sua misericordia, e oggi sono qui per testimoniarlo.
Il libro che ho auto-pubblicato, intitolato Put do istine (“Il Sentiero della Verità”), racconta persone reali, eventi autentici e luoghi concreti. Gli editori avevano rifiutato il manoscritto perché ero un’autrice sconosciuta, ma io non potevo tacere la mia storia. Poiché molte circostanze sono delicate, manterrò l’anonimato; tuttavia, la testimonianza del mio incontro con il Dio vivente voglio narrarla di persona.
Il punto culminante del mio dramma si consumò a trentatré anni. Nata e cresciuta in una famiglia musulmana, fino alla conversione mi ero sempre professata musulmana. Poi conobbi Gesù Cristo: Egli divenne la mia verità assoluta, il mio amore pieno, la mia vita. Fin da bambina, pur avendo ricevuto un’educazione islamica che mi presentava un Dio severo, pronto a punire ogni errore, mi chiedevo: Chi è veramente Dio? Quando uscivo e contemplavo la natura — dai piccoli esseri viventi ai vasti paesaggi — non riuscivo a conciliare tanta bellezza con l’immagine di un Dio che attende solo di punire.
Il mio incontro decisivo con Lui avvenne nel momento più buio della mia esistenza. È facile avere amici quando si gode di successo, di una carriera brillante e di una vita agiata, ma quando tutto crolla, rimane soltanto Dio. Io avevo conosciuto il benessere, una carriera di successo che mi aveva portato a viaggiare quasi ovunque — dall’Asia alla Scandinavia, esclusi solo l’America e l’Australia —, ma in un istante mi ritrovai al fondo: sola, senza amici, senza sostegno.
Tutto ebbe origine da una gravidanza inattesa. Il ragazzo, spaventato dalle responsabilità, mi abbandonò. Io però risposi con fermezza “no” all’aborto. In ogni momento della vita, quando si dice “sì” a Dio, bisogna attendersi un attacco dall’altra parte. Ero all’ottavo mese di gravidanza quando persi il lavoro e la casa, ritrovandomi letteralmente in strada. In quella condizione disperata, il diavolo approfittava della mia fragilità per sussurrarmi che non valevo nulla, che ero inutile, che non meritavo di vivere. Due volte tentai il suicidio, sopraffatta dalle circostanze e dalle mie scelte sbagliate.
Quando dico che persi i miei genitori, intendo che pur essendo vivi decisero di rinnegarmi. La tradizione, pur con aspetti positivi, può essere spietata. Nella nostra cultura, quando una donna resta incinta fuori dal matrimonio, i genitori spesso parlano senza esitazione di “pulizia”, un termine crudele con cui intendono l’aborto. I miei genitori mi dissero che non avrei dovuto portare a termine quella gravidanza e che avrei dovuto “pulirmi”. Al mio rifiuto, mi esclusero da casa finché non mi fossi liberata del bambino. Persi ogni sostegno per una sola frase: “Cosa dirà la gente?” Per loro fu decisiva. Per me, invece, fu una svolta. Oggi, dopo dieci anni vissuti con Cristo e il Suo Spirito di verità, non mi preoccupo affatto di ciò che penserà il mondo; mi interessa soltanto ciò che dice Dio e il non ferire nessuno, perché il mio Dio soffre quando io ferisco qualcuno.
Anche se non ero ancora cristiana, il Signore non mi lasciò mai del tutto sola. Nel mio cammino incontrai persone preziose, come Ankica, madre di un commilitone: una donna semplice ma fervente nella preghiera, che considerava tutti i compagni del figlio come propri figli. Nei momenti più duri mi parlava di Dio. In casa sua c’era un crocifisso e, quasi senza rendermene conto, ero spesso in contatto con la Chiesa e con Gesù. Arrivai persino a leggere la Bibbia, ma allora la consideravo soltanto un documento storico.
La prima volta che tentai di togliermi la vita ero all’ottavo mese di gravidanza: ingerii due scatole di pillole, sessanta compresse in tutto, e finii in ospedale. L’edificio si trovava proprio di fronte a una chiesa. Quella stessa sera la padrona dell’appartamento che affittavo venne a dirmi che aveva dato la casa a un’altra famiglia. Sapeva che ero disoccupata e che non avrei potuto pagare, così mise le mie cose sul balcone. Ricordo la devastazione che provai.
Era la notte del 24 dicembre. Guardavo dalla finestra dell’ospedale mentre nevicava. Vidi una famiglia che si recava alla Messa di mezzanotte: il padre portava il figlioletto sulle spalle, e tutti ridevano, felici. Li osservai con il cuore spezzato e dissi: “Oh Dio, guarda! Dicono che anche Tu hai avuto un figlio, e che nessuno lo voleva accogliere. Perché nessuno vuole accogliere me e il mio bambino? Perché tutti vogliono ucciderci? Dio, se esisti, aiutami Tu!” Non sapevo ancora chi fosse veramente quel Dio, ma Lo invocavo con tutta l’anima.
Quella notte si trasformò in una lunga confessione. Sola nella mia stanza d’ospedale, rimasi sveglia fino quasi all’alba: parlavo a bassa voce, piangevo, a tratti ridevo. Chiunque mi avesse visto avrebbe pensato che fossi impazzita, e invece mi sentivo finalmente leggera, come se qualcuno fosse accanto a me. Parlavo come con un amico, riversando tutta l’amarezza e il dolore accumulati. Alla fine, dopo aver confidato ogni cosa, mi addormentai serena poco prima del mattino. I medici, vedendomi dormire, non ebbero il coraggio di svegliarmi.
Più tardi compresi che quella notte non ero sola. Il Signore stesso mi disse che era stato accanto a me in quella stanza. Quella notte segnò un punto decisivo nella mia vita.
Quando domandai a Gesù: “Perché sei venuto da me? Perché proprio me?”, Egli rispose: “La grazia di Dio è per tutti, ma occorre chiederla. Occorre tendere la mano, gridare al Dio vivente. Egli è intorno a voi, ma non ne siete consapevoli. È vicino, ma voi siete lontani da Lui.”
Quella notte io gridai a Dio con un cuore spezzato in mille pezzi. Non furono importanti le parole, ma la verità che portavo dentro: Dio guarda al cuore, e il mio, quella notte, era distrutto. Gesù venne, prese quel cuore nelle Sue mani trafitte e lo plasmò nuovamente per la Sua gloria.
Prima di tutto questo, dopo la guerra, avevo avuto un buon lavoro e guadagnavo bene. Aiutavo la mia famiglia, le mie sorelle e i loro figli. Poi però sopraggiunse il dramma della gravidanza. Decisi di salvare il mio bambino non per obbedire a una regola, ma perché dentro di me sentivo con forza che quella vita doveva essere custodita, anche se il mondo intero mi si opponeva.
Io considero i bambini un dono di Dio. Mio figlio non è “mio”: appartiene al Signore. Io ho soltanto il compito di dargli la vita e prendermene cura, come si custodisce qualcosa di prezioso ricevuto in prestito. La sensazione di avere un bambino nel grembo è indescrivibile: un senso di vita, di beatitudine. Ogni bambino è una benedizione, e dal momento in cui viene concepito, l’unico che dona la vita è il Padre celeste. Nessuna nascita è un errore. Dio è sovrano e non sbaglia: se una vita è concepita, è perché deve venire alla luce.
Il mio passato, però, era segnato da ferite profonde. Avevo vissuto un matrimonio violento, colmo di maltrattamenti. Fui costretta a lasciare i miei due figli all’ex marito. Sapevo che stavano bene, grazie soprattutto ai suoi genitori che se ne presero cura con grande amore, ma a me fu tolto ciò che avevo di più sacro: i miei bambini. La custodia fu affidata al padre, che aveva ottime condizioni economiche, mentre io non possedevo nulla. Potevo vederli soltanto nei fine settimana. Ricordo ancora la prima notte senza di loro: seduta accanto al letto vuoto, raccontai comunque una favola tra le lacrime, come se fossero lì. La società è rapida a giudicare una donna che “abbandona” i propri figli, ma la verità era ben diversa.
Anche il matrimonio dei miei genitori era stato violento. Mia madre rimase con mio padre “per il bene dei figli”, ma oggi, da cristiana, riconosco che avrei preferito non assistere mai alle scene di violenza che lui le infliggeva, né al suo dolore silenzioso. Allora non lo sapevo, ma oggi comprendo che la preghiera avrebbe potuto trasformare quella situazione. Non si fugge dai problemi: si portano davanti a Dio. Solo la preghiera può cambiare i cuori.
Ma mentre portavo avanti la mia terza gravidanza, ero ancora senza casa, senza lavoro, completamente sola. Dormivo in edifici abbandonati, mi coprivo con cartoni insieme ai cani randagi, trovavo calore nei tram. Tutto questo è descritto nel mio libro Put do istine.
La notte che precedette il mio gesto più disperato la trascorsi in una rovina, accendendo un piccolo fuoco per scaldarmi. Alcuni cani randagi mi rubarono l’ultimo pezzo di pane e latte che possedevo. In preda a un collasso interiore dissi a me stessa: “Non vale più la pena vivere. Devo morire.” Il giorno seguente ripetei quella frase senza sosta, convinta e determinata.
Quella sera andai da alcuni amici che gestivano un piccolo motel e chiesi ospitalità. Lì, dopo essermi lavata e cambiata — volevo morire “in ordine”, senza dare fastidio a nessuno — ingerii 120 pillole.
Guardando oggi tutto questo con occhi di fede, so che quella strada, per quanto terribile, doveva essere percorsa. Gesù era con me in ogni passo. Quando caddi in coma, la prima immagine che vidi fu quella di colline verdi, splendenti. Una figura luminosa si avvicinava a me. Le prime parole che udii furono: “Tuo padre non ti ha abbandonato.”
Il mio ultimo pensiero, prima di perdere conoscenza, era stato proprio per mio padre, al quale ero profondamente legata e il cui rifiuto mi aveva ferita nel profondo. Ma quella voce mi rivelò: “Il tuo vero Padre non ti ha mai abbandonato. L’unico Padre autentico è il Padre Celeste. Un padre terreno può essere chiunque, ma c’è un solo Padre vero.”
In quel momento non avevo la forza di sostenere quella luce: mi sentivo indegna. Tremante chiesi: “Chi sei tu?” Avevo sentito parlare di Gesù, certo, ma per me era ancora una figura lontana. E Lui mi rispose: “Mi hai chiamato, ed eccomi qui.”
Allora compresi. La Sua presenza guariva ogni ferita, colmava ogni vuoto. È impossibile descrivere con parole umane ciò che si prova davanti a Lui. È come cercare di spiegare il sole: qualunque definizione risulta insufficiente. Egli non può essere racchiuso in parole, ma solo accolto nell’amore. Una parte del Suo amore ci viene donata per essere trasmessa agli altri.
Quando abbassai lo sguardo vidi i segni dei chiodi sui Suoi piedi: brillavano di luce. In quel momento capii: anch’io avevo conficcato quei chiodi con i miei peccati. Ogni volta che pecchiamo, consapevoli di chi è Dio, crocifiggiamo di nuovo Gesù. Il peccato non può più fargli male, ma gli procura dolore.
Io ero cresciuta con l’idea di un Dio da temere: non peccare per paura. Ora invece vivo una fede diversa: non voglio ferire il mio Dio, non per timore, ma per amore. Questa è la differenza tra la religione che conoscevo e la fede che ho incontrato: tra la Legge e l’Amore.
Quella notte, in coma per 72 ore, riconobbi Gesù non solo per le ferite, ma perché Egli stesso mi disse: “Io sono Gesù, mi hai invocato.” Quelle parole segnarono la mia vita. Egli mi spiegò che la grazia era scesa su di me perché non avevo rinunciato a mio figlio: “Perché non hai ucciso il bambino che portavi in grembo. Per questo sei stata benedetta.”
Ero ancora in quel motel quando ingerii le pillole. I miei amici, che festeggiavano il Natale ortodosso, tornarono da una cena tradizionale e mi trovarono in fin di vita. Mi riportarono nello stesso ospedale, nella stessa stanza in cui ero già stata ricoverata. I medici non sapevano come intervenire: non potevano svegliarmi, potevano solo collegarmi a una flebo e attendere.
Nel frattempo, sul mio grembo monitoravano il battito cardiaco del bambino. Il medico mi raccontò più tardi che, per tutto quel tempo, mio figlio aveva semplicemente “dormito” tranquillo, senza alcun segno di sofferenza. Io giacevo tra la vita e la morte, ma lui era sereno.
Il Signore mostrò la Sua misericordia. Non possiamo meritare la grazia con le nostre opere: possiamo solo aprire uno spazio perché essa scorra su di noi. Con la mia decisione di custodire quella vita, avevo aperto un varco, e la grazia di Dio si riversò abbondante.
Quando finalmente nacque, mio figlio pesava tre chili ed era perfettamente sano, nonostante tutto ciò che avevo passato e l’enorme quantità di diazepam che avevo ingerito. Un amico medico mi disse scherzando: “Con il diazepam che hai nel sangue potrei curare un intero ospedale per una settimana… eppure tuo figlio è in perfetta salute.”
Lo chiamai Daniel, che in ebraico significa “Il Signore è il mio giudice”. Quel nome era una proclamazione: nonostante io, sua madre, avessi cercato di giudicarlo e di condannarlo alla morte insieme a me, fu il Signore a salvarlo e a custodirlo. Oggi gli ricordo spesso: “Forse ti ho dato la vita fisicamente, ma è stato Gesù a donartela davvero.” E Daniel sa bene chi è Gesù Cristo.
Crescendo, Daniel mostrò subito una fede semplice e limpida. A soli quattro anni, in occasione di una festa in maschera per Halloween, decise di vestirsi da re con una corona e una spada. Ma quando arrivammo all’asilo e vide l’insegnante travestita da strega, si fermò e mi disse: “Mamma, oggi non resto qui.” L’insegnante cercò di convincerlo: “Dai, Daniel, è solo un gioco!” Ma lui rispose con fermezza: “Gesù non ama le maschere.” Per due giorni non volle tornare all’asilo, e ci rientrò soltanto quando la festa era finita.
In prima elementare, quando i bambini disegnavano uova e coniglietti come simboli della Pasqua, Daniel rappresentò una grotta, con la pietra rotolata via e la luce che ne usciva. Sopra vi mise un angelo. Quando l’insegnante gli chiese spiegazioni, rispose: “Il vero simbolo della Pasqua non è l’uovo, ma la tomba vuota, perché Gesù è risorto.” Fu la sua prima valutazione massima a scuola.
Con il tempo, la sua fede continuò a crescere. Durante una gita scolastica in quarta elementare, mentre i compagni leggevano romanzi di fantasia, Daniel ogni sera apriva la sua Bibbia per bambini. I suoi amici incuriositi gli chiesero di leggere ad alta voce. Presto, non solo i tre compagni di stanza, ma altri dieci bambini si unirono a quel piccolo “club di ascolto”, dove Daniel leggeva il Vangelo e spiegava con semplicità ciò che aveva capito.
Daniel è un dono che testimonia quanto il Signore può fare. La purezza dei bambini è un riflesso diretto della grazia di Dio. E credo che un giorno mio figlio parlerà a tante persone del valore della vita e difenderà gli innocenti, mostrando al mondo che l’aborto non è mai una soluzione.
Nonostante non potessi garantire a Daniel una gravidanza serena, un’alimentazione adeguata o cure quotidiane — spesso dormivamo in edifici abbandonati o ci scaldavamo sui tram —, il Signore lo preservò completamente. Questo per me rimane uno dei più grandi miracoli.
La mia vita, intanto, stava cambiando radicalmente. Quella notte in cui Gesù venne a me durante il coma, mi disse parole che porto nel cuore: “Non è il tuo tempo per morire. Testimonia al mondo che Dio perdona.”
Da quel momento iniziò una trasformazione profonda. La conversione non è un gesto improvviso, non significa soltanto smettere di fare certe cose: è un processo interiore, quotidiano. Non basta dire: “Ho smesso di fumare, quindi sono più vicino a Dio.” Quelli sono solo segni esterni, come la targa di un veicolo. Ciò che conta davvero è il motore: la preghiera, la comunione viva con il Signore.
Il cambiamento si manifestò anche concretamente. In ospedale mi misero accanto una donna che aveva perso il suo bambino durante la gravidanza. I medici notarono in me una nuova forza e mi chiesero se potessi starle vicina. Fu l’inizio del mio ministero verso le madri ferite. Lei mi raccontò la sua storia: non aveva voluto figli, aveva abortito, e ora portava in sé un dolore enorme, come se quello spirito di morte avesse preso potere sulla sua vita. Io la abbracciai e le dissi che Dio la amava, che non era sola. Non so come trovai le parole, ma capii che il Signore mi stava guidando.
Fu in quel momento che compresi quale fosse la mia missione: portare conforto, testimoniare che la vita è sempre un dono e che Dio è capace di risanare anche le ferite più profonde.
Quando uscii dall’ospedale, con Daniel tra le braccia, iniziai a camminare in questa nuova vita. Non fu semplice: ero ancora sola, senza una casa stabile, senza prospettive chiare. Ma avevo una certezza incrollabile: il Signore era con me.
Dopo la dimissione dall’ospedale, iniziai un cammino fatto di piccoli passi quotidiani nella fede. Non fu facile: cercavo un alloggio stabile, ma nessuno voleva affittare un appartamento a una madre sola con un neonato e senza lavoro. Ricordo di aver detto al Signore: “Gesù, mi avevi promesso che ti saresti preso cura di me, eppure non trovo casa.” La risposta interiore fu chiara: “Tu stai cercando da sola. Coinvolgimi.”
Il giorno seguente, quasi miracolosamente, trovai ospitalità presso una donna anziana, quasi cieca e malata, che mi accolse nella sua casa. Fu una scuola di umiltà: io, che un tempo avevo viaggiato per il mondo come donna di carriera, imparai a servire e ad assistere chi era più fragile di me.
Due anni e mezzo dopo, ricevetti il battesimo. Non dovetti cercare io una comunità: furono loro a bussare alla mia porta. Un gruppo di evangelizzatori porta a porta mi offrì un Vangelo. Io sorrisi e dissi: “Lo so che Gesù è vivo, e Lui stesso mi ha detto che vi avrei incontrato.” Rimasi con loro, e nell’ottobre del 2005 fui battezzata per immersione completa nel fiume Bosna. Quel fiume, linfa vitale della mia terra, per me è il “Giordano bosniaco”: il luogo in cui la mia vecchia vita morì e ne iniziò una nuova.
Dopo il battesimo incontrai mio marito. Rimasi ancora per un periodo con l’anziana signora che mi aveva ospitata, poi io e lui ci sposammo, prima civilmente e poi in chiesa. Insieme abbiamo avuto altri due figli: una bambina, Tejica Tea, e un maschietto, Ivan.
Oggi sono attivamente impegnata nella difesa della vita nascente, attraverso iniziative pro-life in Bosnia ed Erzegovina. Testimonio che ogni bambino è un dono, che nessuna vita è inutile, e che Dio può trasformare anche la storia più segnata dal dolore in una storia di speranza.
La mia storia divenne anche un libro. Avevo inviato il manoscritto di Put do istine (“Il Sentiero della Verità”) a molte case editrici, persino proponendo di rinunciare ai diritti d’autore pur di vederlo pubblicato. Tutti rifiutarono, salvo una piccola tipografia cristiana di Novi Sad. Il direttore lesse il testo e mi disse: “È straordinario, lo stamperemo.” Io risposi: “Non posso permettermelo, non ho denaro.” Dopo tre settimane, mi chiamò: “Abbiamo stampato 1500 copie. Dio mi ha detto di farlo.” Quel libro oggi circola, viene letto e cercato da tante persone. Non ne voglio trarre guadagno: appartiene a Dio, all’apostolato per i non nati, e al popolo di questa terra.
Dal libro nacque anche un film: Sabina K, diretto dall’americano Cristóbal Krusen e presentato al Sarajevo Film Festival. Alla prima proiezione, davanti a 300 spettatori, l’impatto fu tale che ne organizzarono subito una seconda nella sala principale, con mille posti, anch’essa gremita. Nessuno uscì indifferente: ognuno si riconosceva, in qualche modo, nella mia vicenda. Non importava chi fossi io: ciò che contava era che attraverso la mia storia la gente potesse incontrare Dio.
Gli attori provenivano dalla Bosnia, dalla Serbia e dalla Croazia, ma solo i registi conoscevano la mia identità. Non è importante chi sono io: l’unico protagonista è il Signore.
Il libro ora è in traduzione inglese, ma non intendo cedere i diritti a nessuno. Credo che Dio stesso mi stia proteggendo da questo. La mia testimonianza deve rimanere libera, disponibile a chiunque, senza vincoli commerciali.
Il film ebbe grande successo, ma per me l’importante non è la notorietà: è che le persone possano incontrare Dio attraverso questa testimonianza. Non sono io al centro, ma il mio Signore.
Credo profondamente che la prima vocazione di ogni donna sia la famiglia: i figli e il marito. Noi donne siamo i pilastri della casa. Possiamo essere emancipate, lavorare, realizzarci, ma nulla deve farci dimenticare il nostro compito principale: custodire la famiglia, prenderci per mano con nostro marito e invitarlo alla preghiera, coinvolgere i figli, ringraziare insieme Dio a tavola. I bambini osservano i nostri gesti: ciò che siamo noi, diventeranno anche loro.
Dopo la proiezione del film, molti spettatori uscirono toccati, pensierosi, incapaci di restare indifferenti. Ognuno trovava un pezzo di sé in quella storia. Il nome che ricevetti al battesimo, Ana, significa “piena di grazia”: fu scelto da chi mi immerse nel fiume Bosna, dicendo di non aver mai incontrato una persona con tanta grazia di Dio in sé.
I miei primi passi fuori dall’ospedale furono i miei primi passi in una vita nuova: non più sola, ma accompagnata da Gesù. Ci furono prove e difficoltà, ma sapevo di non essere mai abbandonata. Ogni giorno è una testimonianza della grazia di Dio. Ora ho una famiglia benedetta, fratelli e sorelle in Cristo, un marito e tre figli.
Il Signore mi ha affidato un servizio: pregare e difendere la vita dei non nati, annunciare alle persone il valore unico di ogni esistenza donata dal Padre celeste. Ogni giorno, ogni gesto è per la Sua gloria e per l’amore infinito di Gesù, che mi ha amata e rialzata. La mia missione è dimostrargli, con la mia vita, quanto lo amo e quanto credo in Lui.
ndr: la presente è una libera traduzione automatizzata con IA dalla fonte indicata qui di seguito.
Fonte: Segni dei tempi
Radio Cattolica Croata e nella prima trasmissione di questa stagione di “Segni dei tempi”. Elaborazione sonora di Miljenko Graso. Curato e condotto da Tanja Popez