Omelie liturgiche

Omelie liturgiche (387)

Omelia: « Il nostro rapporto con Dio filiale o servile »

Omelia di don Renzo Lavatori presso Santuario Spicello (PS) il 27 settembre 2026

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Parola del Signore


Trascrizione dell’omelia


Questo brano che abbiamo ascoltato è molto bello, profondo e toccante, perché Gesù ci racconta una parabola interessante. Però la dice in un contesto in cui si rivolge ai capi del popolo giudaico, a coloro che avevano l’autorità religiosa e politica, ai sacerdoti, agli scribi, i quali compivano regolarmente, ma sempre molto superficialmente, le parole del Signore, i suoi precetti, i suoi comandamenti e anche i riti liturgici. Erano perciò persone che si comportavano in maniera dignitosa, ma da un punto di vista molto esteriore. Interiormente, invece, erano pieni di presunzione, di orgoglio, di prepotenza, di desiderio di predominio sugli altri, di interessi personali, di vanità; e perciò trascuravano quelle realtà che dovevano essere osservate più ancora dei precetti esterni. Allora, ecco la parabola. Nella parabola c’è un padre e due figli; si tratta appunto di una parabola che presenta un padre di grande valore, cioè Dio. E questi due figli rappresentano un po’ la sua famiglia.

Il padre possiede questa vigna dove bisogna lavorare, come Dio possiede la vigna che è la santa Chiesa di Dio; e bisogna vedere quale atteggiamento assume il primo e quale atteggiamento assume il secondo figlio. Il contesto, dunque, è quello familiare. È un padre che ha un rapporto affettuoso, generoso, servizievole verso i figli e li ama profondamente, intensamente. E anche i figli dovrebbero avere verso il padre questo medesimo rapporto di sincerità, di confidenza, di affidamento, di fiducia, perché appunto il padre è colui che regge tutta la famiglia. Il comportamento dei figli, che vengono invitati a lavorare nella vigna, come è doveroso fare, si dimostra diverso: il primo dice con sincerità, con spontaneità: «Non ho voglia». E poi invece si pente, cioè vede di essersi comportato in maniera non rispettosa della volontà del padre e, come figlio, ne sente il dispiacere. Si pente, dice: «Ho fatto male, non dovevo comportarmi in questo modo. Ho offeso la bontà, la generosità, la sensibilità di mio padre». E quindi va a lavorare nella vigna, cioè si riscuote e obbedisce alla volontà del padre.

Il secondo, invece, compie un gesto veramente vergognoso perché apparentemente sembra molto disponibile: «Sì, sì, sì, sì, vado». E invece non è andato: ha fatto i propri interessi, i propri comodi, ha seguito i propri capricci, la propria pigrizia e indipendenza dalla volontà del padre, pur essendo figlio anche lui del medesimo padre buono, gentile e affettuoso. Allora, trasferendo questa parabola, che ha un profondo significato religioso, essa vuole esprimere il rapporto di ogni credente con il Padre celeste. Quindi è un aspetto profondamente religioso che riguarda tutti i cristiani, cioè coloro che vivono in questa vigna del Signore che è la sua santa Chiesa e che sono i discepoli del primogenito, il Figlio unigenito che poi si è incarnato, è diventato come noi e ci ha salvati.

Allora è qui che noi troviamo il materiale per riflettere su noi stessi. Noi viviamo in un clima filiale, familiare con Dio; nostro Padre non è un padrone. Dio non è un essere despota, prepotente, dominatore, rigoroso, ma è un padre disponibile, come Gesù ce lo ha indicato, misericordioso, ma anche giusto, che fa bene a tutti. Ovunque vi sia bisogno dei suoi figli, egli li guida, li segue, li conforta, li ama profondamente, intensamente. E noi siamo questi figli amati, benedetti, santificati, liberati, rinnovati da questo amore straordinario del Padre attraverso l’opera redentrice del suo Figlio incarnato, Gesù Cristo, che ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e della morte. Questo rapporto filiale come lo viviamo noi? Da quello che posso sperimentare, mi rendo conto che noi vediamo il nostro rapporto con Dio molto esternamente: ci chiamiamo cristiani e in qualche modo ci comportiamo da cristiani.

Cerchiamo di fare le cose che ci rendono partecipi di tutta la vita cristiana, ma con quale cuore interiore, con quale disponibilità davanti a questo Padre dolcissimo e tenerissimo? È qui il punto delicato: noi cristiani spesse volte pensiamo di Dio diversamente da quello che ci presenta questa parabola, non come un padre buono, ma come un padrone che alle volte ci tratta male, che è cattivo, che giudichiamo, che non si comporta bene o che fa le ingiustizie. Spesse volte anche noi presumiamo di essere cristiani, dunque obbedienti alla sua volontà, ai suoi precetti, ai suoi desideri, e invece facciamo i nostri comodi. Siamo profondamente egoisti, andiamo dietro a tutte le cose che ci interessano e che ci fanno piacere a tutti i livelli — fisico, morale, sociale, politico — e siamo anche immersi in una situazione di grande cattiveria e di grande chiusura di cuore, soprattutto verso questo Dio buono e misericordioso.

E allora, se non viviamo in questo rapporto d’amore filiale, noi siamo più dalla parte del secondo figlio che del primo, perché il secondo figlio ha detto sì, apparentemente è stato composto e rispettoso, ma falsamente nel suo cuore; e poi, nei fatti, ha fatto ciò che gli era comodo. Ha fatto il suo comodo, il suo piacere, il suo rendiconto. Ed era questa l’impostazione dei farisei che, appunto, esternamente compivano tutte le cerimonie che erano prescritte dalla loro legge, ma poi in fondo erano orgogliosi, prepotenti, egoisti, corrotti. Questo penso che sia un punto su cui dobbiamo riflettere. Se invece noi siamo stati resi figli di Dio dal nostro battesimo, il nostro rapporto con il Padre è totalmente diverso da quello di un servo che obbedisce solo esternamente e superficialmente, alle volte con cattiveria, altre volte indispettito o impaziente, pensando che questo padre pretenda troppo.

«Io mi stanco, non voglio fare la sua volontà», perché anziché padre lo considera un padrone nel suo animo e perciò si scosta da questo rapporto dolcissimo di un amore familiare, di un padre buono che dice: «Figlio mio, io ti ho generato e ti ho reso figlio mio, ti voglio bene e ti perdono e ti do tutto ciò di cui hai bisogno; lasciati abbracciare, amare da me, confida in me». Noi invece andiamo in giro in cerca delle nostre cose personali, dei nostri interessi, piuttosto che abbandonarci a questa fiducia filiale, a questo affetto verso Dio nostro Padre dolcissimo, tenerissimo, amabilissimo. E questo, secondo me, è una grave carenza, perché rende la religione pesante, opprimente: «Devo andare alla Messa, non posso fare questo, non posso fare quest’altro perché me lo proibisce la legge del Signore».

E siamo inaspriti e siamo scontenti e siamo figli anche ribelli, alle volte, oppure figli impostori che facciamo esternamente le cose che sembrano cristiane, però di fatto facciamo i nostri comodi. Allora, a questo punto, noi non siamo più i figli, ma i servi, oppressi e anche irrispettosi e disobbedienti. Gesù allora conclude questo aspetto che mi sembra molto importante per noi cristiani: siamo figli, carissimi, figli amati, perdonati, abbracciati da questo Padre. Oh, se lo conoscessimo nel suo cuore misericordioso infinito, ma anche giusto, che ci corregge, che ci aiuta, che ci consiglia per il nostro bene, unicamente per quello, mai per i propri interessi, mai per il proprio capriccio! Lui è l’amore, l’amore totale, pieno, il bene assoluto; non può altro che volere il nostro unico bene. Ma noi non ci crediamo, noi siamo freddi e allora non ci buttiamo tra le sue braccia, non abbiamo questa fiducia filiale.

Infatti il primo figlio dice lì per lì sinceramente — perché un figlio lo può dire al momento —: «Papà, non mi interessa questo che tu mi hai detto, ho altre cose da fare». Gliel’ha detto francamente e sinceramente, come ogni figlio al padre, ma poi fa quel gesto stupendo: si pente, cioè sente di non essere stato un figlio docile e disponibile a questo padre dolce e amabilissimo, e allora il suo animo ne soffre. È quello che dovremmo fare anche noi. E allora recupera quella stessa profonda fiducia filiale verso il padre e obbedisce e va a lavorare come il padre gli ha detto. L’altro invece fa il proprio comodo, e alla fine ecco la conclusione del brano evangelico: «Chi ha ragione?», chiede Gesù ai suoi nemici farisei. «Chi ha obbedito alla volontà del padre? Il primo che dice no, ma poi ci va, o il secondo che dice sì, ma poi non ci va?». E tutti rispondono: «Il primo». Ed è chiaro: il primo si è comportato da vero figlio sincero, autentico e fedele.

L’altro invece ha ingannato il padre, lo ha tradito in questo rapporto d’amore familiare, filiale. E allora Gesù dice quella frase tremenda: «Voi farisei che vi credete giusti perché fate le cose soltanto esteriori, senza l’amore, senza la disponibilità interiore alla volontà del Padre, senza amarlo sopra ogni cosa, senza fidarvi di lui, ma soltanto appoggiarvi alle vostre realtà terrene e umane; voi farisei non avrete il posto tra i primi nel regno dei cieli, ma vi precederanno i pubblicani e le prostitute», cioè i peccatori che hanno scoperto l’amore. Ecco perché: non è soltanto il fatto che sono peccatori, ma che hanno scoperto che il male non va fatto perché offende questo Padre amorevolissimo, e allora si riscuotono, si ravvivano, si rinnovano e vogliono servirlo sempre perché hanno capito il suo amore infinito. Si sono lasciati abbracciare e hanno sentito la dolcezza di quell’abbraccio, la profondità di quel perdono che il Padre gli ha dato.

E quindi ecco il ritorno sereno e anche l’animo gioioso, perché il rapporto tra me e Dio non è basato su una legge esteriore forzata e schiavistica, ma in un afflato d’amore sincero, profondo. E allora il cristianesimo, la vita cristiana cambia totalmente di sapore, di colore, perché si è scoperto questo amore che ci guarisce, che ci perdona, che ci accetta così come siamo e ci aiuta a crescere in questo amore sempre di più, per poi portarci felici nel suo regno eterno di beatitudine. Là avremo la pienezza del suo amore, ma già da qua l’abbiamo sentita, carissimi cristiani. Quindi queste parole di Gesù molto chiare e forti dovrebbero risuonare nel nostro cuore: oggi, soprattutto in questa confusione in cui viviamo, cerchiamo di capire questo amore stupendo. Ogni volta che guardiamo il crocifisso dobbiamo renderci conto che il Figlio di Dio è morto per me, per ciascuno di noi, per salvarci.

«O Gesù, apri i nostri cuori affinché possiamo capire, accogliere, vivere per essere felici su questa terra e poi nell’eternità l’amore sconfinato di un Padre dolcissimo com’è Dio nostro Padre che è nei cieli.»


(ndr: trascrizione ottenuta con l’aiuto di AI NotebookLM)

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