Articoli e video vari

Messaggio biblico del 7. 3. 2026. e commento di fra Tomislav Pervan: Il ritorno e il Padre Buono

Attraverso la seguitissima rubrica quotidiana “Messaggio biblico del giorno” nel programma di Radio Mir Medjugorje, con cui molti iniziano la giornata, fra Tomislav Pervan commenta il Vangelo ormai da anni.

Lc 15,1-3.11-32

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».


Quasi tutte le messe del sabato in Quaresima ci offrono una lezione confortante, un insegnamento. Anche la lettura di oggi ci insegna l’amore misericordioso del Padre. La parabola del Padre buono e dei due figli, o del figlio prodigo e del Padre, e del figlio maggiore che non riconosce più il fratello, non lo accetta, che lo ha dato per perso, cancellato dalla memoria e rifiuta l’invito del padre. Non viene menzionato, alla fine, se questo figlio maggiore sia entrato alla festa. Rimane una questione aperta. Nonostante i nostri tanti peccati, Dio è e rimane colui che perdona costantemente e perennemente.

Dio gioisce quando può perdonare, quando può avere misericordia di noi. L’ultima parola di Dio sul peccato umano non è la condanna, non è la giustizia, ma la misericordia, la bontà e la compassione. Il fratello maggiore insiste sulla giustizia: Padre, trattalo e agisci, ripagalo secondo le sue opere, come si è meritato. A modo suo ha ragione. Ma Dio è di gran lunga più grande. Egli perdona, ed Egli gioisce quando può perdonare il peccatore, specialmente il figlio smarrito.

Voglio la mia vita per me

Il figlio minore non ha fiducia, si è stancato di stare a casa, non vuole dipendere da nessuno, prende il suo. ‘Dammi la parte che mi spetta’. Nell’originale greco per questa “parte” leggiamo la parola “essere” (ousia), e nella traduzione latina “substantia“. Prende il suo “essere” con sé e va in terra straniera, lontano dal padre, ma anche lontano da se stesso.

Solo in terra straniera – quando è finito sul lastrico ed è arrivato letteralmente nel “porcile” – si è ricordato di come si stava nella casa del padre, è rientrato in sé, è entrato in se stesso e nel suo cuore. La conversione è la decisione di tornare all’origine come meta, è la scelta della via che conduce verso la Sorgente, verso il Padre celeste. Bisogna decidersi, dire un ‘sì’ deciso, il ritorno a casa, al Padre. Questo è il senso della Quaresima, a questo mira tutto il nostro agire – verso la notte di Pasqua e il rinnovo delle promesse battesimali e alla nuova, bianca veste battesimale.

L’amore rispetta la libertà del prossimo. Rispetta la persona del prossimo. L’amore soffre. Soffre finché non riceve risposta. All’amore bisogna rispondere con amore. L’amore è impotente finché non gli si risponde, non lo si ricambia con la stessa misura. Soffre intensamente. Il padre nella parabola è sopraffatto, avvolto dall’impotenza. Egli esorta, persuade. Non costringe, perché ama. L’amore non è mai violento, è estremamente discreto e compassionevole.

Il padre e i figli perduti

Dio è amore impotente, ma allo stesso tempo potenza d’amore. In Lc 15 abbiamo la celebrazione e la festa dei perduti. Sono perdute la pecora e la dramma, si è perduto il figlio minore, è perduto anche il maggiore, ma in un certo senso è perduto anche il padre. È perduto perché l’amore lo rende impotente, perché al suo amore non viene risposto con amore. È perduto come padre perché non ha più figli. Il minore è andato in terra straniera, e il maggiore si è alienato dal padre col cuore. Lavora in modo corretto ed esegue i suoi compiti, ma non vede più in là del “proprio naso”, non vede la bellezza della casa paterna. Si è focalizzato sul suo lavoro, come se fosse un mercenario o un bracciante. Sono tutti perduti perché non si capiscono. Ognuno è andato per la propria strada.

Il padre è la figura centrale. È l’amore stesso, la compassione, la misericordia. Questa è allo stesso tempo il suo dramma personale. I figli non comprendono le sue azioni. Il suo unico scopo di vita e l’unico fine ultimo del suo essere è che i suoi figli siano felici, che abbiano una vita piena. E per questo, in un certo senso, anche il padre è spiazzato (senza testa) perché non viene data risposta al suo amore. L’amore si perde sempre, si dona. E la felicità e la gioia del padre sarebbero infinite se i suoi figli lo comprendessero e se si amassero a vicenda. E se concludessero: Beh, abbiamo un padre così meraviglioso! Ma in loro c’è ancora la mentalità di Caino e Abele.

Senza figli non c’è padre

Il figlio minore: Non capisce né il padre né l’amore. Pensa di non potersi sviluppare in pienezza né realizzare le sue potenzialità o le sue capacità nella casa del padre. Ma invece di trovare la libertà, trova il Niente nudo e crudo al di fuori della portata dello sguardo e del cuore del padre, della casa e delle sue cure.

Il figlio maggiore: Anche lui è perduto perché non capisce il cuore del padre. Pensa che l’amore si debba o si debba meritare con qualche attività, servendo, come in un contratto. Il padre invece ama, è puro amore e semplicemente ama. È capace solo di amare e nel perdono amare. Quel figlio maggiore è come chi raccoglie la spazzatura in un parco, uno spazzino. È focalizzato sulla spazzatura e non vede la bellezza dei fiori.

Davanti a Dio nessuno è perduto. Nessuno ha il diritto di disperare. Bisogna solo accogliere a mani vuote l’amore e la misericordia del Padre. Perciò è necessario accogliere il fratello o la sorella che non vivono come noi senza distinzioni e pregiudizi, con amore e rispetto della loro libertà, della loro scelta, consapevoli che siamo tutti ugualmente responsabili gli uni degli altri. E rallegrarsi insieme a loro per la nuova vita che ci viene offerta.

Nessuno di noi è consapevole dei drammi che si svolgono nelle anime di coloro che ci stanno accanto. Questo porta sempre con sé la conseguenza che dobbiamo perdonarci reciprocamente di nuovo, e che anche dopo dieci fallimenti diamo un’undicesima possibilità e fiducia a colui che ha peccato contro di noi.

Quanti accanto a noi cercano da noi uno sguardo compassionevole. Abbi un po’ di tempo per me. Abbi cuore, occhio, amore, compassione. Non ho nessuno, non ho nessuno che possa avere pietà della mia miseria.

La regola di oggi: Lavora e consuma

Un tempo esisteva la legge dell’ora et labora, mentre oggi vale la regola e la legge del labora et consume, vale a dire, invece di prega e lavora, lavora e spendi, consuma! Il consumo di tranquillanti è in costante crescita. Allo stesso tempo cresce anche il consumo di sostanze che stimolano l’azione, l’attività, la capacità lavorativa. Dipendenza dal lavoro. Dobbiamo tenere a mente: La chimica o l’industria farmacologica non ha alcun interesse a che qualcosa cambi nell’essere umano, nell’ordine esistente, perché altrimenti domani non avrebbe nulla da vendere e offrire sul mercato dei suoi prodotti. Al contrario, più siamo malati, più il suo guadagno è sicuro e garantito. Come anche per questa pandemia e altre epidemie.

Poiché Gesù parlava costantemente alla gente in modo diverso del Padre, del lavoro, del regno dei cieli, di Dio, gli avversari gridavano: Impossibile. Impossibilità! E per questo è stato crocifisso, eliminato e liquidato.

Il messaggio di Gesù è perfettamente chiaro. Altrettanto chiaro è il messaggio a Medjugorje. Mentre da un lato, al tempo di Gesù, i farisei (i teologi e i giuristi ecclesiastici di allora), i sadducei (l’alto clero di allora, la gerarchia) e gli esseni (i monaci dell’epoca) pensavano che solo i puri nel culto avessero accesso al regno di Dio, agli occhi di Gesù nessuno è escluso. Gesù dice che tutti hanno la loro possibilità. E i pubblicani, e i peccatori, e le prostitute, e gli indemoniati, tutti indistintamente sono i benvenuti. In particolare coloro che non hanno nulla da aspettarsi dalla società o dalle persone.

Fame e sete di vita e di pienezza

Esiste un solo e unico prerequisito: la fame e la sete. Bisogna aver fame e sete. „Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva“, stava in piedi ed esclamava Gesù nell’ultimo giorno della festa (Gv 7). Una fame e una sete radicale che molti hanno represso dentro di sé, che però nessun tentativo umano può reprimere, anche se il mondo ci offrisse la cornucopia e ci desse in abbondanza tutto ciò che ha.

E chi di noi, anche nei momenti di massima felicità, quando pensa che la sua felicità sia soddisfatta e il cuore ricolmo di tutto, non sente che tuttavia non è la cosa vera?! E noi stessi spesso non ammettiamo a noi stessi di non essere in grado di saziare quella fame e sete di vita che portiamo dentro. „Inquieto è il nostro cuore…

A Dio non importa del proprio onore o dignità, ma della nostra felicità e realizzazione personale. E allo stesso tempo Dio non è un marxista che imporrebbe contro la nostra volontà una sorta di felicità e di pace di cui non sappiamo nulla, e di cui non sanno nulla neanche coloro che parlano o scrivono tanto di felicità e di pace.

Gesù è stato crocifisso in mezzo al suo popolo come bestemmiatore perché ha annunciato e portato speranza a tutti gli uomini senza distinzione e con ciò si è fatto nemici proprio tra coloro che non volevano che Dio fosse il Dio di tutti senza alcuna distinzione, esitazione o riserva.

Pensavano di poter far tacere coloro che erano stati testimoni delle prime potenti esperienze e dei giorni passati con lui. Facciamoli tacere, minacciamoli, diamo loro dei soldi, pur di non riempire le orecchie del mondo con qualche storiella su Gesù crocifisso e risorto. E proprio come dopo di ciò l’intero Impero Romano risuonò di quel ritornello, di quella verità, che Gesù vive, che Gesù è il Signore di tutto, allo stesso modo anche oggi l’ultima parola spetta alla Misericordia, alla Giustizia e alla Libertà, e non alla giungla, al disordine, alla schiavitù, alla dipendenza.



Fonte: RadioMir (traduzione automatica con AI)

(Visitata 35 volte, 1 visite oggi)

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *