Messaggio biblico del 6 marzo 2026 e commento di fra Tomislav Pervan: La vita come vigna di cui sono responsabile

Attraverso la seguitissima rubrica quotidiana “Messaggio biblico del giorno” nel programma di Radio Mir Medjugorje, con cui molti iniziano la giornata, fra Tomislav Pervan da anni commenta il Vangelo.
Mt 21,33-43.45-46
Disse Gesù ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola! C’era un padrone che piantò una vigna, la circondò con una siepe, vi scavò un torchio e vi costruì una torre; poi la diede in affitto a dei vignaioli e partì. Quando si avvicinò il tempo dei frutti, mandò i suoi servi dai vignaioli a ritirare il raccolto. Ma i vignaioli presero i suoi servi: uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Di nuovo mandò altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo». «Alla fine mandò loro suo figlio, pensando: “Avranno rispetto di mio figlio”. Ma i vignaioli, appena videro il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede! Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero». «Quando dunque verrà il padrone della vigna, che cosa farà a quei vignaioli?». Gli risposero: «Quei malvagi li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri vignaioli, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».Disse loro Gesù: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra angolare. Questo è opera del Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi? Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti!». Quando i capi dei sacerdoti e i farisei udirono le sue parabole, capirono che parlava di loro. E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.
Ci sono nei Vangeli espressioni che escono dalla bocca di Gesù e che molto volentieri cancelleremmo o aggireremmo, perché sono tristi, cupe, pessimistiche, troppo cariche della tragicità della disobbedienza e dello smarrimento umano. Più volentieri ancora non le menzioneremmo affatto. Eppure, nonostante ciò, sono talmente reali, vere, riflettono a tal punto lo stato della coscienza umana, la “condition humaine”, da essere incancellabili dalla storia di Dio con gli uomini. E dobbiamo raccontarle e trasmetterle, perché costituiscono una parte inalienabile della vita di ciascuno.
Se prendiamo in uno sguardo sinottico, panoramico, le parabole di Gesù, noteremo una particolarità. Ogni volta che Gesù parla in parabole della natura, degli uccelli del cielo, dei gigli del campo, dei pastori e dei loro greggi, della meravigliosa creazione di Dio, della quale il Signore stesso nel racconto della creazione (cfr. Gen 1) dice che era “buona”, anzi “molto buona”, sentiamo un soffio limpido di pace e di ordine, di armonia interiore, di protezione e di dimora nella mano di Dio.
Ma quando sulle labbra di Gesù il discorso riguarda l’uomo che prende “la situazione nelle proprie mani”, che si costruisce la propria giustizia, che cerca la propria indipendenza, la propria autonomia, la propria libertà da tutto e da tutti, che secondo i propri criteri agisce apparentemente in modo responsabile, ma in realtà nel modo più irresponsabile sia verso se stesso sia verso coloro con i quali vive, allora tutto diventa drammatico, intricato, aggrovigliato, carico di conflitti e, alla fine, tutto sfocia in una catastrofe totale: per lui e per quelli di cui è responsabile e nel cui nome opera.
Nelle letture della Messa di oggi domina il tema della sofferenza e della morte. Ci separano quattro settimane dal Venerdì Santo, e già ora si intravedono e si preannunciano la passione e la morte di Gesù. Quel Giuseppe dell’Antico Testamento, venduto, tradito dai fratelli, ma miracolosamente salvato, è immagine e figura di Gesù Cristo nell’Antico Testamento. Nessun padre terreno si comporterebbe come questo nella parabola di Gesù. Ma il Padre celeste ha deciso di andare fino in fondo, fino alla follia della croce, come dirà Paolo. Non si arresta neppure davanti all’estremo: consegna il proprio Figlio alla condanna, allo scherno, alla croce, a una morte ignominiosa.
Forse ci chiederemo: “Che cosa c’entra questo con noi? Riguarda Israele di duemila anni fa?”. La domanda è: che cosa abbiamo imparato dalla vita e dalla morte di Gesù, che cosa abbiamo compreso della vera “pietra angolare”, su cui tutto si fonda? Penso che dovremmo leggere questa parabola di Gesù come la storia di ciascuno di noi, e non soltanto sotto una prospettiva generale della storia umana; dunque, come un interrogativo personale rivolto a ognuno di noi.
Non è forse vero, infatti, che ogni cuore umano, ogni anima umana, è uno splendido giardino di Dio, un parco, una vigna, meravigliosamente plasmati dalla mano di Dio, affidati a noi come a quei coloni, perché li coltiviamo? In ogni momento dovremmo sapere che ci è stato affidato un tesoro che non ci appartiene, che deve crescere, maturare fino alla pienezza e alla bellezza, e portare frutto maturo a suo tempo.
La parabola di Gesù comincia proprio con un presupposto sbagliato da parte dell’uomo. L’uomo non si sente un lavoratore mandato nel nome di Dio a coltivare la creazione di Dio, ma padrone e creatore. È come se attraverso tutta la storia si ripetesse la caduta di Adamo, il peccato originale: Non voglio servire, voglio essere come Dio. Uno slancio prometeico che finisce nella rovina e nella catastrofe. Nel corso della storia l’uomo si comporta in modo irresponsabile, egoista, pensa soltanto al proprio profitto e al proprio vantaggio, e trascorre la vita calpestando i diritti degli altri.
Dimentica però che la domanda decisiva alla fine della vita non sarà che cosa abbia compiuto di bene o di male come uomo, come se la vita consistesse nell’elencare errori o virtù, ma la domanda decisiva riguarderà i frutti della nostra vita: Dai frutti li riconoscerete! Il Signore affida la vigna a coloro che portano frutto a suo tempo; vale a dire: quanto abbiamo permesso che Gesù e il suo Spirito Santo mettessero in noi vita e radici, oppure quante occasioni abbiamo sciupato e distrutto? Perché tutto ciò che nella nostra vita non è stato compiuto in accordo con la parola e con la persona di Gesù, alla fine risulterà senza valore, scritto sull’acqua, paglia senza grano.
Su di noi incombe il pericolo, o meglio la possibilità, che ci venga tolto il privilegio di essere figli di Dio, di essere popolo di Dio, e che esso venga trasferito a coloro che porteranno frutti a suo tempo. Guardiamo soltanto alla storia della Chiesa, riflettiamo su tutte quelle terre e quei popoli un tempo cristiani che oggi sono lontani da Cristo. Che ne è stato del cristianesimo così rigoglioso del Nord Africa? Che ne è stato dei cristiani in Siria, in tutta l’Asia Minore? Oggi là non ne rimane più traccia. Che cosa accade oggi in Occidente? I credenti sono sempre meno, perché vengono respinti gli inviati di Dio. Sempre più desolazione e deserto. Sempre più pagani battezzati, persone sulle quali è stata soltanto versata dell’acqua nel battesimo, ma di tutto questo, nella nostra stessa vita, non c’è nulla, nemmeno una traccia.
Non è stato forse vano tutto il parlare di Dio lungo la nostra storia, un parlare inutile? E la stessa pazienza di Dio non è forse vicina al limite? Che cosa ci attende tutti? Dio, lungo tutta la storia, ha mandato i suoi figli, i profeti, i santi, indicatori di una nuova futura direzione. Nell’ultimo secolo e mezzo è come se fosse giunto al limite estremo delle sue possibilità e, invece di singoli santi, ci mandasse l’ultima cosa che ha, sua Madre, per metterci in guardia dai pericoli che ci minacciano e per farci prendere coscienza di quanto grande sia la responsabilità che grava sull’umanità quando si allontana da Dio.
Le sue apparizioni, così numerose, sono soltanto gli ultimi appelli di Dio all’umanità a ripensare i propri orientamenti. Altrimenti, sul mondo e sull’umanità incombono catastrofe e rovina. E che cosa accadrebbe se l’umanità, nel suo rifiuto del Cielo, oltre a diventare uccisore del Figlio, diventasse insieme anche un’umanità matricida? Proprio questo potrebbe forse essere quel momento escatologico nel quale la stessa pazienza di Dio è ormai al limite estremo. Perché anch’essa ha i suoi limiti ben precisi.
Il tempo presente è il tempo di una secolarizzazione totale, dell’espropriazione di Dio. Gli uomini, i politici, gli scienziati cercano in tutti i modi possibili di eliminare Dio, negarlo, espropriarlo, scacciarlo dal suo possesso. È diventato quasi superfluo mandare inviati e profeti. E quali frutti raccogliamo? Frutti amari di insoddisfazione e di infelicità. Preghiamo di non essere colpiti dalla sorte che toccò ai contemporanei di Gesù.
Fonte: RadioMir (traduzione automatica con AI)