Omelia per la Veglia Pasquale tenuta da Fra Ivan Hrkać il 4 aprile 2026

Fratelli e sorelle,
stasera siamo riuniti in una notte speciale, la più santa per noi credenti cristiani. In questa settimana che abbiamo vissuto, abbiamo ricordato gli eventi a partire dalla Domenica delle Palme, con il solenne ingresso di Gesù a Gerusalemme e la gloria che ha ricevuto da questo mondo; lo abbiamo poi seguito a Betania, dove si è recato dai suoi amici Marta, Maria e Lazzaro. Lo abbiamo accompagnato mentre chiedeva ai discepoli di preparare la sala dell’Ultima Cena dove avrebbero mangiato. In questa settimana c’è stato anche il momento in cui Giuda è andato a tradire Gesù, chiedendo un compenso per consegnarlo. In questi ultimi tre giorni, abbiamo ricordato l’istituzione dell’Eucaristia, l’Ultima Cena di Gesù e la lavanda dei piedi ai suoi discepoli. Ieri è stato uno dei giorni più tristi per noi, il ricordo del Venerdì Santo, di ciò che gli uomini sono capaci di fare a colui che non ha fatto alcun male: la passione e la morte. E oggi, il Sabato Santo, è il giorno del silenzio. Tutto questo parla forse anche delle nostre vite umane, dei momenti che ognuno di noi attraversa.
Ci sono momenti in cui la gente ci loda e ci celebra, in cui sembriamo grandi ai loro occhi. Avremo momenti, come Gesù, in cui abbiamo buoni amici accanto e desideriamo trascorrere del tempo con loro. Ma abbiamo anche momenti di tradimento. Quando qualcuno dei nostri cari ci tradisce, o quando noi stessi – pur non volendolo ammettere – abbiamo abbandonato e tradito qualcuno. Abbiamo anche momenti di morti improvvise, quando i nostri cari lasciano il volto di questa terra; allora, di solito, si crea un grande silenzio, proprio come il silenzio del Sabato Santo, quando sembra che ci manchino le parole.
E poi è seguita questa sera della Veglia Pasquale. Una notte che qui, nella nostra chiesa, abbiamo iniziato nel buio totale, sia all’esterno che all’interno. La Chiesa vuole in qualche modo farci sperimentare come credenti cos’è l’oscurità, cos’è la tomba, cos’è il buio. E forse stasera dovremmo chiederci dove si trovi il buio nel nostro cuore, dove tutte le nostre speranze si siano spente, dove abbiamo sepolto qualcosa rassegnandoci e dicendo che non c’è più niente da fare, che nulla può essere cambiato. Quel buio ne è stato il testimone.
Questo buio esteriore parlava del buio della nostra interiorità, del nostro cuore. Ma ecco l’ingresso del Cero Pasquale, l’ingresso di Cristo come luce del mondo, come colui che illumina ogni uomo. La sua fiamma ha acceso anche quella delle nostre candele. In questa notte, il Suo disegno è quello di accendere anche i nostri cuori con il fuoco del Suo amore. Gesù vuole venire nelle nostre tenebre. Gesù vuole venire in quel luogo dove ci siamo arresi e dove non speriamo più nulla.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato stasera ci parla di questo, di donne che amavano profondamente Gesù, che trascorrevano le loro giornate con Lui, che lo ascoltavano e alle quali Egli aveva cambiato la vita. Queste donne erano probabilmente in totale incredulità che Lui, il Figlio di Dio, potesse finire la Sua vita in quel modo sulla croce. La croce è un luogo di sofferenza e di dolore. La croce è un tormento che mostra fino a che punto l’uomo possa soffrire. Ma con la crocifissione di Cristo, la croce acquista una dimensione completamente diversa: la croce diventa la misura dell’amore.
Gesù vuole dirci che nelle nostre sofferenze, nei nostri dolori e in tutto ciò che a volte non ci è chiaro, non deve stabilirsi il buio dentro di noi. Non dobbiamo guardare solo con le nostre forze a quanto resisteremo, ma permettere che si accenda in noi l’amore di Cristo. La croce, da allora, diventa il metro dell’amore per ognuno di noi. E questo ci chiederà Cristo: quanto abbiamo amato quando abbiamo sofferto, quando faceva male, quando siamo stati abbandonati? O ci siamo invece immersi in un peccato ancora più grande, accusando Dio e chi ci stava intorno?
Anche le donne hanno vissuto questo, e perciò si recano al sepolcro la mattina presto, probabilmente senza aspettarsi nulla. Volevano solo essergli vicine, essere accanto a Gesù nel luogo in cui sapevano che si trovava: nella tomba. Anche noi ne abbiamo esperienza. Credo che, quando una persona a noi così vicina se ne va dalla vita, ci rechiamo alla sua tomba. Andiamo lì, e lì in qualche modo il nostro dolore diminuisce; lì sentiamo l’amore che provavamo per quella persona. È in questo modo che dobbiamo comprendere anche queste donne. Ma proprio dove l’uomo pensa che sia la fine, lì in realtà comincia un nuovo inizio. Lì inizia l’azione di Dio.
Questo è il messaggio della Pasqua. Là dove noi pensiamo che sia la fine, Dio vuole iniziare una novità. Là dove ci siamo rinchiusi in noi stessi, creando un bozzolo, Dio vuole spezzare i nostri gusci e le nostre armature. Vuole rotolare via la nostra pietra, quella pietra che grava sul nostro cuore, come abbiamo ascoltato oggi. Egli vuole toglierci questo cuore di pietra. E Medjugorje, in tutti questi anni, è stata proprio questo: il luogo in cui Dio ha rotolato via la pietra dal cuore di molti. Il peccato, l’oscurità, il buio, la mancanza di perdono, la disperazione. In tutto ciò che è umano, in tutto il nostro passato che ci portiamo dietro, c’è stato un terremoto: l’angelo è sceso dal cielo, ha rotolato via la pietra, vi si è seduto sopra e ha invitato le donne a vedere che Cristo non era più lì. La pietra non è stata rotolata via affinché Cristo potesse uscire dalla tomba. Lui era già uscito, era già risorto! La pietra è stata rotolata via per la nostra fede, per i testimoni, affinché vedessero con i propri occhi e credessero, per non restare fermi a guardare un sepolcro.
Come sarebbe meraviglioso imparare a non soffermarci nemmeno noi sulla nostra tomba, sul nostro passato, su tutto ciò che ci trattiene e ci fa rimanere bloccati nello stesso posto, impedendoci di avanzare e facendoci credere che nulla cambierà mai. L’angelo allora dice alle donne: “Andate, annunciatelo agli altri discepoli”. E poi accade qualcosa di meraviglioso, l’evento più bello di questo Vangelo: l’incontro con il Risorto. Quanto abbiamo bisogno di questo incontro! Quell’incontro cambia tutto. E la prima parola che l’evangelista Matteo mette sulla bocca di Cristo Risorto è il saluto “Salve”, cioè “Rallegratevi”. Quanta gioia deve esserci stata nei cuori di quelle donne per aver visto il Cristo glorificato! Questa è la Pasqua: la gioia, l’esultanza del cuore. Così dovrebbe essere anche per noi mentre camminiamo in questo mondo: dovremmo essere gioiosi perché ci aspetta la vita con Dio.
Si legge poi un dettaglio bellissimo: le donne si prostrarono e Gli abbracciarono i piedi. E su questo vorrei soffermarmi ora. A Medjugorje c’è un luogo in cui ogni pellegrino viene a fare la stessa identica cosa: è la statua del Cristo Risorto. Ogni giorno, non c’è momento in cui un fedele, un pellegrino o un parrocchiano non si trovi lì proprio come quelle donne, ad abbracciarGli i piedi. E lì il cuore rinasce; lì arriva la gioia della Pasqua. Quelle braccia aperte di Cristo Risorto ti chiamano in un abbraccio e ti insegnano ad aprire a tua volta le braccia, affinché tu non cammini chiuso nelle tue paure e nei tuoi dolori, ma ricordandoti che hai bisogno del tuo prossimo.
Quanto sono importanti le mani di Cristo! Quante volte la nostra Madre, qui a Medjugorje, ha detto: “Siate le mie mani tese, usate le vostre mani”. Esse rivelano che tipo di cuore possiedi: un cuore aperto, un cuore che non ha paura di essere ferito, ma che vuole amare, vuole abbracciare e vuole esserci. E non so se qualcuno dei pellegrini abbia mai notato la scritta posta sulla veste che cinge i fianchi di Cristo. Su quell’iscrizione si legge: “Resurrexi et adhuc tecum sum, alleluia”, che significa: “Sono risorto e sono sempre con te”. Non solo Gesù è risorto, ma è sempre con te. Questo è il messaggio: anche quando ci allontaniamo da Cristo, dobbiamo ricordare che Lui è sempre con noi, e allora si compie la nostra Pasqua. Quando siamo consapevoli che Lui è con noi. Amen.

(ndr trascrizione ottenuta con impiego di AI per la trascrizione e traduzione)