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Medjugorje, dove il cielo incontra i passi dei giovani 

Medjugorje, dove il cielo incontra i passi dei giovani

Racconto narrativo del Festival dei Giovani e dei suoi luoghi

Lettera al lettore

Benvenuto, pellegrino. Questo libretto è un invito a camminare: tra strade polverose e silenzi che parlano, tra canti che alzano il cuore e scelte che lo orientano. Non è una guida turistica e non è un manuale. È una storia vera, fatta di volti e passi. È il racconto del Festival dei Giovani di Medjugorje — Mladifest — così come lo si vive: come un ritiro all’aria aperta, un incontro che non cerca effetti, ma presenza.

E, a dirla tutta, è più di un evento: è un’onda di speranza nel cuore dell’estate, un’oasi di pace in un mondo rumoroso. Qui la fede non si esibisce, si respira. Qui la Chiesa si scopre giovane e viva, capace di parlare una lingua che tutti capiscono: quella della misericordia, della gioia, dell’amore.

Capitolo 1 – Dove tutto è cominciato (estate 1990)

Nell’estate del 1990, Medjugorje non era ancora quel crocevia di lingue e pellegrini che oggi incanta, ma già custodiva un respiro diverso. Il villaggio, incastonato tra le colline dell’Erzegovina, viveva nella luce calda dell’agosto balcanico, tra campi, muretti e la voce lenta delle campane della chiesa di San Giacomo.

Fu fra Slavko Barbarić, francescano dalla barba austera e dalla parola rassicurante, a intuire che quel luogo poteva offrire ai giovani qualcosa di unico. Non un festival come si intendeva altrove, ma un ritiro spirituale aperto alla bellezza della liturgia, alla profondità della Parola, all’intimità della confessione. Voleva che i giovani pregassero sotto le stelle, che cantassero lodi senza microfoni roboanti, che si fermassero nel silenzio per ascoltare qualcosa che non fosse il rumore della vita quotidiana. Formatore attento, teologo e psicologo di rara sensibilità, profondamente devoto alla Gospa, fra Slavko trasformò un’intuizione in una via concreta per incontrare Dio.

Così nacque il primo Mladifest. Nessun programma patinato. Nessuna cartellonistica. Solo giovani che arrivavano per fede, curiosità o desiderio. La parrocchia di San Giacomo accolse con semplicità: qualche altoparlante improvvisato, qualche sedia spostata fuori dalla navata, un altare che diventava centro del mondo. (Alcune cronache ricordano anche un prologo nel 1989: un seme gettato che nel 1990 avrebbe trovato la sua forma riconoscibile.)

Durante il giorno si ascoltavano catechesi, si cantava accompagnati da chitarre accarezzate più che suonate, ci si confrontava con testimoni che non avevano paura di raccontare le loro ferite. Al calar del sole, il Rosario diventava canto comune, e poi la Messa: un momento sospeso, dove la lingua non era un limite, e l’Eucaristia diventava l’unico vero vocabolario condiviso. Ma era la sera ad essere il cuore, quando si spegnevano le luci e si accendeva l’adorazione sotto le stelle. Canti lenti, lunghi silenzi, occhi umidi. Si dice che quella sera, tra le pietre del Podbrdo e il profumo dell’incenso, molti abbiano sentito per la prima volta che Dio non era un concetto, ma una presenza.

Il festival terminò senza applausi, ma con occhi pieni. E proprio allora, nel momento della partenza, si decise di rifarlo. Non per creare una tradizione, ma perché qualcosa aveva acceso una fame nuova, difficile da ignorare.

Capitolo 2 – Crescere come fiume (1991–1995)

Dopo il primo festival, il desiderio di ritornare a Medjugorje non era più solo un’intuizione: era una chiamata. E così, nell’agosto del 1991, arrivarono di nuovo. Erano di più, più organizzati, più fiduciosi. Alcuni erano volti già visti, altri arrivavano per la prima volta. Ma tutti portavano dentro lo stupore di chi ha scoperto un luogo che non si dimentica.

Quell’anno le catechesi si fecero più intense. Il programma, ancora flessibile, cominciò a prendere una forma riconoscibile: mattine di preghiera e riflessione, pomeriggi di racconti, sere di adorazione. La traduzione consecutiva dal croato iniziò a diventare simultanea, con giovani volontari che si offrivano per aiutare. Le lingue si intrecciavano e la comprensione cresceva insieme alla comunione.

Nel 1992, mentre i Balcani erano scossi dalle tensioni, Medjugorje divenne un rifugio. Il festival fu segnato dalla parola “pace”. I momenti di silenzio erano più lunghi, le confessioni più numerose. Fra Slavko, nelle sue catechesi, non parlava di politica, ma invitava a perdonare. Il Rosario recitato in collina diventava un gesto di resistenza spirituale: pregare per chi non può pregare, amare quando è difficile farlo.

Nel 1993, il festival cominciò ad attirare gruppi sempre più internazionali. Giungevano pullman dall’Italia, dalla Germania, dalla Polonia. I frati e i laici della parrocchia cominciarono a organizzare le sedute esterne, i servizi di accoglienza, e una zona dedicata ai confessionali, per facilitare il Sacramento della Riconciliazione. Le testimonianze si facevano più personali: storie di chi aveva superato dipendenze, riconciliato famiglie, ritrovato la fede. Molti raccontavano conversioni nate proprio durante l’adorazione notturna.

Il 1994 vide l’inizio di una piccola orchestra giovanile. Alcuni musicisti si misero insieme, dando vita a un accompagnamento liturgico sobrio e profondo. I canti non erano esibizione, ma preghiera cantata. Si cantava in più lingue, ma con lo stesso cuore. Il “Gloria” esplodeva tra le colline con una forza che faceva vibrare le pietre.

Nel 1995, il Festival era già diventato “il luogo” dove i giovani tornavano ogni anno per ritrovare se stessi. Alcuni si erano conosciuti lì, e tornavano fidanzati, sposi, religiosi. Il Križevac veniva scalato con croci di legno sulle spalle, a volte portate da interi gruppi. La salita era un’esperienza comune, quasi una parabola: si comincia chiacchierando e si finisce in silenzio, perché ogni passo apre un pensiero, ogni stazione una domanda.

Voci dei partecipanti (1991–1995)

“Avevo paura che fosse un evento troppo religioso. In realtà ho trovato uno spazio umano, dove Dio ti parla dentro, non sopra.” — Lidia, 20 anni, 1992

“Mi sono confessato in tedesco, ho pregato in italiano, ho pianto in silenzio. È stato il mio primo festival, e ha cambiato il modo in cui vedo tutto.” — Jonas, 18 anni, 1995

“Nel 1994 ho ascoltato la testimonianza di una ragazza che aveva perso i genitori. Quel racconto mi ha fatto perdonare mio fratello. Non ho dimenticato nulla.” — Martina, 22 anni, 1994

Riquadro cronologico 1990–1995

  • 1990 — Primo incontro: ritiro all’aria aperta, preghiera, Eucaristia, testimonianze, adorazione serale.
  • 1991 — Programma più lineare; traduzioni più fluide; prime salite comunitarie al Podbrdo.
  • 1992 — Anni difficili: pace, riconciliazione, perdono al centro.
  • 1993 — Crescita internazionale; organizzazione delle aree confessionali.
  • 1994 — Nasce il nucleo di coro e orchestra giovanile; canti come preghiera.
  • 1995 — Il format è riconoscibile: mattine di catechesi, pomeriggi di storie, sere di adorazione.

Capitolo 3 – Il tempo che custodisce (1996–oggi)

Se gli anni iniziali furono il germoglio, dal 1996 in avanti il Festival ha cominciato a fiorire con continuità. Non è cresciuto per volontà di espandersi, ma per la fedeltà al proprio spirito. Ogni agosto, la parrocchia di San Giacomo è diventata il cuore battente di una comunità giovanile che — pur cambiando volti, lingue, generazioni — non ha mai smesso di cercare Dio nella semplicità.

Nei primi anni dopo il 1996, il Festival trovò un equilibrio stabile. I frati della parrocchia, eredi spirituali di fra Slavko, mantennero lo stile sobrio, curando la liturgia, la logistica, la catechesi. Le testimonianze diventarono sempre più universali: si parlava di perdono, di guarigione, di vocazione, di missione.

Nel 2000, fra Slavko morì, proprio mentre saliva il Križevac. Quella morte, così aderente alla sua vita, fu per molti una conferma: il Festival era più grande di un uomo solo, ma lui ne aveva incarnato la scintilla. Gli anni successivi furono una promessa mantenuta: il Mladifest non cambiò volto, ma radicò ancora di più la sua identità. Le salite al Podbrdo si affollarono, ma rimasero momenti di preghiera autentica. La liturgia — con i cori internazionali e l’orchestra giovanile — divenne un linguaggio che non aveva bisogno di traduzione.

Tra il 2005 e il 2015, il numero di Paesi rappresentati aumentò di anno in anno; in alcune edizioni si contarono oltre ottanta nazioni presenti. Le traduzioni simultanee furono potenziate, e i messaggi spirituali divennero più strutturati. Ogni Festival riceveva un versetto biblico-guida, un motto che orientava le catechesi e le preghiere. C’era chi partecipava per la prima volta, e chi tornava come accompagnatore, dopo esserci stato da giovane. Alcune sere si tenne anche una processione mariana con torce e canti, segno di un popolo in cammino, con la statua della Madonna a guidare, discreta e vicina.

Il Festival del 2009 — ventesimo anniversario — fu memorabile: ottanta sacerdoti concelebrarono la Messa sul Križevac all’alba, e oltre cinquecento si alternarono nelle liturgie serali. Giovani da sessantanove Paesi, sedici lingue di traduzione, una processione notturna illuminata da torce e canti: la fede si mostrava come bellezza condivisa, senza retorica, ma con l’intensità di chi crede davvero.

Nel 2019, il Festival celebrò trent’anni di cammino. Il tema “Seguimi!” riportò tutto all’essenziale: ascoltare la chiamata, dire un sì. In quell’edizione — forse più che mai — le confessioni furono protagoniste. Lunghe file, spesso sotto il sole, raccontavano una sete di misericordia che le parole non bastano a spiegare.

Poi venne la pandemia.

Nel 2020 e 2021, il Festival si svolse in forma ridotta. Meno pellegrini, più silenzio. Le dirette streaming aprirono una porta nuova, raggiungendo giovani che non potevano viaggiare e, in alcuni momenti, milioni di persone collegate da lontano. Ma proprio in quella sobrietà si scoprì quanto il cuore del Festival non fosse nella folla, ma nella fedeltà. La preghiera rimase, la Parola fu proclamata, l’adorazione non venne meno.

Dal 2022, la ripresa fu come il ritorno della primavera. I pullman ricominciarono a muoversi, i cori tornarono a provare sotto gli ulivi, e le testimonianze si fecero di nuovo voce dal vivo. Temi come “Imparate da me e troverete la pace” (2022) e “Insieme a Maria a Gesù” (2023) scandirono il passo del cammino comune. Il Festival del 2025, con il tema “Andremo alla casa del Signore!”, è stato uno dei più partecipati di sempre: 71 Paesi presenti, traduzioni simultanee in circa venti lingue, catechesi guidate da vescovi e missionari, adorazione serale trasmessa in diretta e seguita in tutto il mondo.

E poi, come sempre, la Messa sul Križevac all’alba. A quell’ora, il silenzio non è assenza, ma attesa. Si sale nel buio, si arriva in cima con il cuore pulsante, e quando il sole fa capolino tra le montagne, la Messa diventa luce. Molti portano con sé una decisione. Altri, un dubbio che ha trovato compagnia. Tutti, però, tornano diversi.

Voci che hanno custodito il cammino

“Nel 2005 tornavo per la quarta volta. Ma ogni Festival è una prima volta. Dio parla in accenti nuovi, ogni estate.” — Nadia, 26 anni

“Nel 2021 ho seguito da casa. Ho pregato davanti al pc, ma mi sono sentito lì. Quando poi sono tornato nel 2023, ho capito che il Festival era rimasto lui — e io ero cambiato.” — Louis, 24 anni

“Ho concelebrato la Messa sul Križevac nel 2019. Quello che mi ha toccato non è stata l’altitudine, ma la profondità dei volti attorno a me.” — Don Mario, sacerdote

Capitolo 4 – I luoghi del cuore: una mappa viva di Medjugorje

Entrare a Medjugorje in giorni di Festival è come aprire una porta e ritrovarsi in casa. La piazza davanti alla chiesa di San Giacomo è un alveare calmo: zaini a terra, cori che provano sottovoce, ragazzi seduti all’ombra che condividono acqua e domande. Il caldo di agosto porta con sé la polvere delle strade e un profumo di incenso che arriva la sera. Qui ogni pietra ha sentito una storia, ogni panchina ha custodito un pianto discreto, ogni scalino ha visto qualcuno ripartire.

La chiesa di San Giacomo: cuore che pulsa

La chiesa ha due campanili gemelli che puntano in alto come dita in preghiera. Dentro, la luce è semplice e diritta; fuori, l’altare all’aperto diventa casa per tutti quando il cielo è terso. Il Festival vive qui i suoi polmoni: le catechesi del mattino, la Messa concelebrata, l’adorazione serale in cui il silenzio diventa lingua madre. Gli altoparlanti non urlano, accompagnano; i traduttori fanno scivolare parole in cuffia, e quel brusio di lingue diverse si converte in un unico “Amen”. Le Messe serali all’altare esterno sono davvero internazionali: canti e preghiere si intrecciano in oltre venti lingue, e non c’è bisogno di spiegare il perché — si capisce ascoltando.

Dietro la chiesa, una porta conduce alla cappella dell’adorazione. Ci si entra come si entra nella stanza di un amico: in punta di piedi. Le panche sono spesso piene, eppure non manca posto — c’è sempre una sedia vuota per chi arriva all’ultimo, con la fretta addosso e il desiderio di fermarsi. In alcune sere, la piazza si fa processione: una via di torce e canti che accompagna la statua della Madonna, perché il cammino sia condiviso e la luce si moltiplichi.

Il parco della fraternità: dove ci si ritrova

Il parco che circonda San Giacomo è un intreccio di sentieri, aiuole e ombre improvvisate. È il luogo delle attese buone: prima di una catechesi, dopo una testimonianza, tra una confessione e un abbraccio. Qui si provano i canti, si aggiusta una chitarra, si condivide un panino. Spesso un gruppo prega il Rosario sottovoce, mentre poco più in là un giovane scrive su un taccuino, come se stesse prendendo appunti del cuore.

Le sedie allineate davanti all’altare esterno, con il loro bianco sobrio, sono un invito alla calma. Quando si riempiono, l’aria vibra di canti che non sono spettacolo ma lode. La sera, al tramonto, si accendono le luci e la piazza diventa un mare quieto: onde di volti, mani alzate, occhi chiusi. Lì il mondo si rimpicciolisce senza mai farsi stretto.

Il “bosco dei confessionali”: il luogo dei ricominciamenti

A lato della chiesa, un piccolo “bosco” di confessionali bianchi. Su ciascuno, una scritta di lingue: ITA, ENG, HR, DE, PL, ES… È un’appartenenza che non divide, ma apre. Le file sono ordinate e spesso lunghe, ma nessuno ha fretta; si impara che anche l’attesa è preghiera. I sacerdoti ascoltano come si ascolta una musica amata: senza giudicare, con rispetto, con gioia.

Molti dicono che qui accade la svolta. Non è un fulmine, è un nodo che si scioglie piano. Si entra con un peso, si esce con un passo diverso. Lo capisci dagli sguardi: non sono più pesati, sono restituiti.

La statua del Cristo Risorto: ferite che parlano

Sul prato, poco distante, la statua del Cristo Risorto accoglie una piccola processione che non finisce mai. Le mani sfiorano il bronzo, i volti si fermano un istante, gli occhi a volte si bagnano. Non ci sono effetti speciali, solo la percezione che qui le ferite non vengono negate, ma trasfigurate. Chi passa, spesso torna. Qualcuno lascia un biglietto, altri un grazie sussurrato che basta a riempire una giornata.

Il Podbrdo: salita di rosario e sassi

La collina delle Apparizioni è un sentiero di pietre che insegnano a rallentare. Si parte dal villaggio di Bijakovići e si sale con passi corti, spesso scalzi in segno di offerta, recitando il Rosario. Le stazioni — immagini della vita di Maria e di Gesù — sono punti dove la preghiera si fa respiro profondo. La “Croce Blu”, alla base, è un luogo di raccoglimento continuo: si prega, si canta piano, si chiede la grazia dell’ascolto.

La sera, quando l’aria si fa più leggera, la salita diventa un fiume silenzioso. In cima il vento porta l’odore della valle e una vista che non fa spettacolo: allarga il cuore. Scendendo, spesso ci si parla sottovoce, come se il sentiero fosse diventato un corridoio di casa. Alcuni gruppi scelgono anche l’alba per il Rosario sul Podbrdo: sono passi lenti che aprono il giorno e la giornata.

Il Križevac: Via Crucis e albe consacrate

Il monte della Croce non concede distrazioni. Il sentiero è più ripido, i sassi più irregolari. Le stazioni della Via Crucis punteggiano la salita come un dialogo interrotto e ripreso. Qui il dolore non viene esibito, viene consegnato. Molti salgono portando una croce di legno; altri una croce che non si vede. Ci si ferma, si legge un brano, si resta in silenzio. Il silenzio qui pesa il giusto: non schiaccia, sostiene.

In cima, la grande croce bianca abbraccia il cielo. Le albe di Festival iniziano spesso qui, con una Messa che ha il colore dell’origine: si accende il giorno e dentro si accende una direzione. Scendendo, anche le ginocchia imparano l’umiltà. I passi diventano più attenti, la gratitudine più concreta.

Luoghi-soglia: porte che si aprono dentro

  • La cappella della adorazione silenziosa, riparo dal rumore: luce calda, ostensorio come un focolare.
  • La sala per gli incontri (oggi dedicata a san Giovanni Paolo II), dietro le quinte della fraternità.
  • Il cimitero di Kovačica, dove riposa fra Slavko: tomba semplice, fiori e grazie non detti.
  • La chiesetta della Divina Misericordia a Šurmanci, poco distante: icona e preghiere in lingue diverse.

Questi luoghi non chiedono di essere fotografati, chiedono di essere abitati. Sono stanze di casa, non saloni da mostrare.

Una mappa per orientarsi (con i piedi e col cuore)

Distanza/tempo dalla chiesa

Suggerimenti discreti: partire presto per il Križevac, portare acqua e un rosario; salire al Podbrdo al calare del sole o, per chi può, all’alba; scegliere un’ora di adorazione fissa ogni giorno, come un ancoraggio; scrivere ciò che si sente, non ciò che si pensa di dover sentire.

Capitolo 5 – Voci e volti: chi ha dato carne al Festival

Il Festival dei Giovani non è solo un programma: è fatto di volti, di voci, di mani che lavorano dietro le quinte. Alcuni sono noti, altri restano invisibili. Ma tutti hanno contribuito a rendere Medjugorje un luogo che parla.

Fra Slavko Barbarić

Il cuore iniziale. Francescano, teologo, pedagogo, formatore dal tratto psicologico fine. Non amava i riflettori, ma sapeva accendere cuori. Le sue catechesi erano semplici e profonde, capaci di toccare il dolore senza ferirlo. Morì nel 2000, salendo il Križevac, al termine di una Via Crucis. Da allora, ogni Festival porta il suo respiro: amore per l’Eucaristia, per la Vergine e per la Croce.

I catechisti e i vescovi

Ogni anno, voci diverse si alternano sul palco. Alcuni sono vescovi missionari, altri sacerdoti diocesani, altri ancora religiosi con carismi differenti. Ma tutti parlano con la lingua del Vangelo. Le catechesi non sono conferenze, ma inviti: a scegliere, a perdonare, a vivere.

I musicisti del Mladifest

Giovani da tutto il mondo formano il coro e l’orchestra. Provano per giorni, sotto il sole, con spartiti che diventano preghiera. I canti sono in più lingue, ma la melodia è una sola: quella della lode. Alcuni brani sono diventati “colonne sonore” del Festival, cantati anche nelle parrocchie lontane.

I traduttori

Seduti dietro a un banco, con cuffie e microfoni, traducono in tempo reale catechesi, testimonianze, liturgie. Senza di loro, il Festival non sarebbe universale. Alcuni sono volontari, altri professionisti. Ma tutti sanno che tradurre è anche pregare.

I volontari

Sistemano le sedie, distribuiscono cuffie, accolgono i pellegrini, aiutano nei momenti di difficoltà. Non hanno ruoli ufficiali, ma sono il tessuto del Festival. Spesso sono giovani che hanno vissuto una conversione e vogliono restituire.

Capitolo 6 – Diario del pellegrino: vivere il Festival giorno per giorno

Giorno 1 – Arrivo e accoglienza

Si arriva stanchi, curiosi, un po’ spaesati. Ma basta entrare nella piazza della chiesa per sentirsi accolti. Il primo Rosario, la prima catechesi, la prima adorazione: tutto è nuovo e familiare. Il consiglio? Non correre. Lascia che il Festival ti raggiunga.

Giorno 2 – Ascolto e apertura

Le catechesi iniziano a scavare. Le testimonianze parlano di ferite simili alle tue. Si comincia a capire che non sei solo. Il Rosario in collina diventa un cammino interiore: per chi lo desidera, l’alba sul Podbrdo è un inizio che illumina il resto della giornata. La sera, l’adorazione sotto le stelle ti insegna che il silenzio può essere pieno.

Giorno 3 – Confessione e svolta

È il giorno in cui molti decidono di confessarsi. Le file sono lunghe, ma nessuno ha fretta. Si entra con timore, si esce con leggerezza. La Messa diventa più viva, la Parola più personale. Il consiglio? Non aspettare il momento perfetto: entra quando senti il bisogno.

Giorno 4 – Vocazione e decisione

Le catechesi parlano di scelte. Alcuni sentono una chiamata, altri una conferma. Si comincia a scrivere, a pregare con più intensità. Il Križevac diventa una salita che racconta la propria storia. La sera, l’adorazione è più intima: si parla con Dio senza parole.

Giorno 5 – Fraternità e condivisione

Si conoscono volti, si condividono esperienze. Il Festival diventa comunità. Si canta insieme, si prega insieme, si mangia insieme. In alcune edizioni si vive una processione mariana: una sera in cui la luce delle torce e il canto comune fanno strada nella notte. Il consiglio? Apriti. Anche un caffè condiviso può diventare sacramento.

Giorno 6 – Invio e ripartenza

La Messa all’alba sul Križevac è il culmine. Si parte con una benedizione, con una decisione, con una gratitudine. Il Festival non finisce: si trasforma. Si torna a casa diversi, con una luce che non si spegne.

Appendice – Dettagli che aiutano a leggere il cammino

  • Date e temi: la cornice 1–6 agosto è frequente e riconoscibile; talvolta a cavallo tra fine luglio e inizio agosto. Nel 2019 “Seguimi!”; nel 2022 “Imparate da me e troverete la pace”; nel 2023 “Insieme a Maria a Gesù”; nel 2025 “Andremo alla casa del Signore!”.
  • Internazionalità: partecipazione da decine di Paesi, traduzioni in molte lingue; nel 2025 si contano 71 Paesi e circa 20 lingue servite. In alcune edizioni tra anni 2000 e 2010, oltre ottanta nazioni rappresentate.
  • Stile: preghiera, catechesi, testimonianze, sacramenti e musica che sostiene la liturgia, non la sostituisce; un’esperienza più da ritiro che da concerto.
  • Continuità: da oltre tre decenni, la prima settimana di agosto è casa per i giovani in ricerca, con code ai confessionali e celebrazioni partecipate. Le edizioni del 2020–2021, pur ridotte, hanno raggiunto molti anche a distanza grazie alle dirette streaming.

Cronologia tematica 1989–oggi

  • 1989–1991 — Le prime edizioni: entusiasmo semplice, forma nascente, fondamenta di un evento destinato a crescere.
  • Anni ’90 — Durante la guerra nei Balcani, il Festival diventa segno di pace e unità: resistenza spirituale, perdono, speranza.
  • 2000 — La morte di fra Slavko sul Križevac sigilla un’eredità: Eucaristia, Vergine, Croce come vie maestre.
  • 2000–2010 — Crescita ampia: folle all’aperto, cori internazionali, traduzioni potenziate; in alcune edizioni oltre 80 nazioni.
  • 2020–2021 — Pandemia: partecipazione ridotta in presenza, ma il Festival “rimane lui”, e si allarga via streaming.
  • 2022–oggi — Ritorno in pienezza: temi sulla pace e sulla sequela con Maria, pullman di giovani, confessioni affollate, adorazione seguita in tutto il mondo.

Postfazione – Più che un evento

Il Mladifest non è un “programma riuscito”, è un’esperienza trasformativa. Le salite, i canti, le confessioni nella propria lingua, le lacrime quiete, il pane condiviso: tutto concorre a un incontro personale e reale con Dio. Qui crollano le barriere, restano i volti. Qui la fede diventa casa, e la casa diventa strada. E quando si riparte, non si lascia Medjugorje: la si porta dentro.

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