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Festival dei Giovali 2026: catechesi di Padre Ljubo Kurtovic

Grazie di cuore, fra Zvonimir. Saluto cordialmente tutti voi. Fra Zvonimir mi ha detto: ventinove minuti; spero quindi che resisterete e che non abbiate freddo. Cercherò di parlare un po’ più lentamente per agevolare i traduttori.

Sarebbe interessante ascoltare da voi perché siete venuti qui oggi e in questi giorni, in questa atmosfera estiva nella quale molti si rilassano, riposano e cercano un po’ di divertimento. Voi, invece, siete venuti qui. Non c’è alcun motivo naturale per venire, e questo è uno dei miracoli di Medjugorje. Qui non ci sono né il mare né altre attrazioni turistiche, ma soltanto due colline piene di pietre. Anche la chiesa non possiede un particolare valore artistico o storico. Eppure qui c’è qualcosa che non si vede, ma che si vive, si sperimenta, si incontra e si porta con sé nella propria vita, tornando a casa, come un tesoro.

Qui a Medjugorje la Madonna non ha inventato nulla di nuovo o di sconosciuto. Quando leggiamo i suoi messaggi, vediamo che sono molto semplici. In essi non scopriamo qualcosa di nuovo. Lei non predice il futuro, ma ci ricorda ciò che abbiamo dimenticato. E uno dei temi che oggi abbiamo dimenticato è il digiuno. Con questo caldo e durante l’estate, parlare di digiuno non è certamente attraente né invitante. Del resto, anche tutto ciò che la Madonna ci dice non appare attraente a prima vista.

Sappiamo che non è sufficiente far riposare il corpo e che noi non siamo soltanto corpo. Il corpo ha il proprio nutrimento, ma anche l’anima ha il suo. Gesù dice: «Il Padre vostro sa che avete bisogno di mangiare, di bere e di dormire. Il Padre vostro sa che avete bisogno di tante cose per condurre una vita degna dell’uomo». Ma c’è qualcosa di più importante di tutto questo. Perciò dice: «Cercate anzitutto il Regno di Dio».

Come possiamo trovare il Regno di Dio? Esistono alcuni mezzi, e uno di questi è il digiuno. Il digiuno non è il fine. Digiunare per il solo gusto di digiunare non ha senso. Il digiuno vuole condurci alla sorgente. Se qualche volta avete fatto il bagno in un fiume o avete navigato su una barca, sapete che è molto più facile nuotare o navigare seguendo la corrente che risalirla. Risalire la corrente è più difficile, ma proprio per questo ci avviciniamo alla sorgente.

Di solito ciò che è buono è anche più difficile. È molto più difficile venire a Medjugorje, mentre è molto più facile trovarsi da qualche parte al mare. Non è facile pregare, non è facile digiunare, non è facile essere generosi, non è facile essere responsabili: nulla è facile. Ma sappiamo che, quando scegliamo ciò che è bene, dopo ci sentiamo bene.

Oggi parlare di digiuno può sembrarci qualcosa di conservatore, antiquato o retrogrado. È invece molto importante e necessario parlare di questo tema cristiano e biblico, che possiamo considerare dimenticato nella Chiesa e ormai assente dalla pratica di molti cristiani. Da una parte vediamo che nella Chiesa sono stati dimenticati il digiuno e il suo significato; dall’altra, nel mondo si parla di digiuni terapeutici e di diverse diete dimagranti: come raggiungere il peso ideale, come recuperare una salute compromessa e così via. Esistono diversi tipi di digiuno.

Nel senso più ampio, possiamo dire che il digiuno consiste nella rinuncia alle cose superflue. Potremmo anche dire che il digiuno serve a rimettere ordine nella nostra vita. Per noi cristiani, la Quaresima dovrebbe durare tutto l’anno, perché, se non ci svuotiamo, Dio non può riversare in noi i suoi doni e la sua grazia. Come ho detto, esistono i digiuni terapeutici, le diete per dimagrire e lo sciopero della fame, ma esiste anche il digiuno cristiano.

Quando osserviamo dall’esterno coloro che seguono diete dimagranti o praticano digiuni terapeutici, vediamo che esteriormente compiono le stesse azioni di chi digiuna. Tuttavia, la motivazione e il fine non sono gli stessi. Coloro che seguono una dieta dimagrante hanno come obiettivo il proprio corpo e il proprio peso e sono rivolti verso se stessi; coloro che digiunano, invece, sono rivolti verso Dio. Per questo il digiuno senza la preghiera è soltanto una dieta dimagrante.

I Padri della Chiesa parlavano di tre mezzi, o di tre pilastri cristiani della vita spirituale: la preghiera, il digiuno e l’elemosina. Ciò che non può la preghiera, dicono i Padri della Chiesa, può il digiuno. Ciò che non può il digiuno, può l’elemosina, possono le opere di misericordia.

Il significato del digiuno è proprio quello di rafforzarci nella fede, nella speranza e nell’amore, sui quali poggia l’edificio della nostra vita spirituale. Nessuno di noi può dire di fidarsi di Dio al cento per cento, di amare Dio e il prossimo al cento per cento e di conservare la speranza in ogni situazione. Sentiamo sempre di poter fare di più. E non è sufficiente farlo una volta sola: occorre continuare fino alla fine della vita.

C’è un aneddoto che forse avete già ascoltato. Un bambino era andato a scuola: prima classe, primo giorno di scuola. I genitori erano un po’ preoccupati e si domandavano come si sarebbe trovato nel nuovo ambiente. Quando tornò da scuola era entusiasta e pieno di gioia. Raccontò ai genitori di avere una brava maestra, che aveva insegnato loro una canzoncina e alcune lettere.

Poi disse: «C’è però un problema».

I genitori, preoccupati, gli domandarono quale fosse.

Egli rispose: «La maestra ci ha detto che dobbiamo tornare a scuola anche domani».

Così accade anche nella nostra vita. Non è sufficiente un solo giorno. È necessario impegnarsi ogni giorno e per tutta la vita.

Sappiamo che è facile entusiasmarsi per il Festival dei Giovani e per questa comunione tra persone provenienti da tanti Paesi del mondo. Qui sentiamo di essere un cuore solo e un’anima sola, uniti nella stessa fede e legati dallo stesso spirito. Ma sappiamo anche che la vita non è un festival. Dopo il Festival torneremo alla nostra realtà e alla nostra vita quotidiana, e allora avremo bisogno di forza e di entusiasmo.

Abbiamo però bisogno anche di questi momenti e di questi giorni, per riuscire ad affrontare la vita quotidiana e la realtà nella quale viviamo. Là incontreremo persone che non pensano come noi, che non vivono e non credono come noi. Sarà necessario rimanere fedeli ai nostri ideali, alla nostra fede e al nostro Signore, nell’amore.

Come ho detto, qui a Medjugorje la Madonna non ha inventato il digiuno, perché esso esiste in tutte le religioni: nell’ebraismo, nell’islam e nel cristianesimo. Nella Bibbia troviamo le motivazioni e le ragioni del digiuno. Sappiamo che i personaggi biblici digiunavano per ottenere una guarigione o prima di intraprendere un compito difficile. Quando sul popolo incombeva un pericolo mortale o una minaccia di guerra, i re e i profeti invitavano il popolo al digiuno.

Nell’ebraismo esiste il digiuno rituale nel Giorno dell’Espiazione, lo Yom Kippur, durante il quale tutto il popolo è chiamato a digiunare. Sappiamo che Mosè digiunò prima di ricevere i dieci comandamenti di Dio. Il profeta Elia digiunò sul monte Oreb. Il re di Ninive invitò il popolo alla conversione e al digiuno, e il popolo si convertì ascoltando la predicazione di Giona.

Sappiamo anche che Gesù digiunò per quaranta giorni, sebbene lo chiamassero mangione e beone.

Gesù difese inoltre i propri discepoli quando gli domandarono perché essi non digiunassero, mentre digiunavano i discepoli dei farisei e quelli di Giovanni. Gesù rispose: «Quando lo sposo è presente, vi sono festa, gioia e allegria; allora non vi è posto per il digiuno».

Potete immaginare che qualcuno vi inviti a un matrimonio e che voi, durante il banchetto, mangiate pane e beviate acqua. In questo modo offendereste coloro che vi hanno invitato e le persone che vi stanno intorno; sarebbe anche una forma di provocazione.

Gesù, però, dice: «Verrà il tempo in cui lo sposo sarà loro tolto; allora digiuneranno».

Noi viviamo proprio in questo tempo. Gesù è con noi, ma non ancora nella pienezza. È già presente, ma non ancora pienamente. Per questo esiste la tensione escatologica, l’attesa dello sposo Gesù che venga a noi.

«Perché i tuoi discepoli non digiunano, mentre digiunano i discepoli di Giovanni e quelli dei farisei?» Forse oggi la domanda potrebbe essere formulata così: perché i discepoli di Buddha e di Maometto digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?

Se desideriamo crescere e progredire nella vita spirituale, sono necessari lo sforzo e il sacrificio. Nulla accade da sé. Sappiamo che il digiuno è uno dei mezzi più potenti nel cammino di ricerca di Dio.

Ricordiamo che, nel Vangelo, i discepoli domandano a Gesù perché non siano riusciti a liberare quel ragazzo dallo spirito maligno, dallo spirito muto. In Marco 9,29 Gesù dice: «Questa specie di spiriti non si può scacciare se non con la preghiera e il digiuno». Questo conferma che il digiuno e la preghiera sono mezzi molto potenti di protezione contro lo spirito maligno, Satana e la sua influenza.

Sappiamo anche che è molto più facile parlare del digiuno che digiunare. Una cosa è ascoltare discorsi sul digiuno o leggere qualcosa al riguardo; un’altra è avere il coraggio di digiunare e provare a farlo.

Il nostro fra Slavko Barbarić, che qui fu un vero discepolo alla scuola della Madonna, ebbe il coraggio di iniziare i seminari di preghiera, digiuno e silenzio, rispondendo alle esortazioni e agli inviti della Madonna:

«Cari figli, digiunate con il cuore».

«Cari figli, con la preghiera e il digiuno potete compiere miracoli».

«Cari figli, con la preghiera e il digiuno dimostrate di essere miei».

Questi inviti della Madonna trovarono eco nel cuore di fra Slavko.

Credo che la maggior parte di voi sappia che morì improvvisamente il 24 novembre 2000, dopo avere terminato la preghiera della Via Crucis. In quel periodo anch’io ero qui come vicario parrocchiale. Un gruppo di pellegrini e fedeli croati aveva programmato un seminario di digiuno, preghiera e silenzio. Era difficile rinviarlo e così subentrai io, come diciamo noi, «come Pilato nel Credo».

Ero ancora un giovane sacerdote e non avevo alcuna esperienza nella conduzione di simili seminari. Anch’io, quindi, dovetti imparare. In realtà, impariamo per tutta la vita.

Ricordo la mia prima esperienza. Il secondo giorno del seminario una donna venne da me e mi disse: «Fra Ljubo, io qui morirò. Mi fa male ogni osso, dalla testa ai piedi».

Mi spaventai un po’ e le consigliai: «Qui ci sono ristoranti e pizzerie. Va’ a mangiare qualcosa».

Pensavo che i dolori dipendessero dalla fame, perché anch’io avevo fame. L’ultimo giorno, quando condividemmo le nostre esperienze, quella donna disse: «Alla fine non l’ho ascoltata e non sono andata al ristorante».

Era andata nella cappella della Casa di San Giuseppe, nella quale si svolgono quei seminari. Raccontò: «Sono scesa davanti a Gesù, ho alzato le mani e ho detto: “Gesù, prendi la mia anima, perché io non ce la faccio più”».

Poi aggiunse: «In quel momento mi sono sentita come se volassi, come se fossi un uccello, come se tutto il peso fosse caduto dalla mia anima».

Io le risposi: «Però non volare: cammina».

In quell’occasione vidi come, in un’atmosfera di preghiera, digiuno e silenzio, molte sofferenze, traumi, ferite e frustrazioni vengano in qualche modo alla superficie. Vidi anche come il nostro corpo, che san Francesco chiamava «frate asino», si faccia in qualche modo carico dei pesi della nostra anima.

Per questo esistono malattie psicosomatiche che non sono causate da un virus o da un batterio, ma provengono dalle profondità dell’anima. La preghiera di quella donna davanti a Gesù era però sincera. Sappiamo che, quando qualcosa ci opprime, la nostra preghiera diventa più sincera, più profonda e più intensa. Allora anche Dio può ascoltarci. Ed Egli ascoltò la preghiera di quella signora.

Le avevo consigliato di mangiare qualcosa perché temevo che, se fosse morta durante il seminario, non sarebbe stata una buona pubblicità per i seminari. Eppure sono ventisei anni che conduco questi seminari e non è morto nessuno. Non si muore per il digiuno. Il digiuno non provoca malattie; al contrario, molte malattie vengono curate mediante il digiuno, anche sul piano fisico.

Ho inoltre visto che, attraverso il digiuno, l’uomo scopre di avere bisogno di poco per essere felice. Ricordo una donna che, l’ultimo giorno di quel seminario, disse: «Dio mio, stavo riflettendo. Se dovessi invitare a pranzo a casa mia quaranta persone» — e noi allora eravamo quaranta — «dovrei prepararmi per almeno tre giorni, per fare in modo che tutti siano soddisfatti. Dovrei scoprire che cosa piace a ciascuno: cibi arrostiti o bolliti, agnello, vitello, riso, verdura, frutta…».

Poi aggiunse: «Qui, invece, vedo che tutti mangiano pane, bevono acqua e sono tutti felici e contenti».

Ed è proprio così. I giorni più difficili sono i primi due. Il terzo giorno si avvertono una leggerezza e una libertà particolari. Si percepiscono meglio i profumi e, in quel silenzio, anche i suoni. È proprio a questo che ci conduce il digiuno: a Dio.

Alcune persone dicono di diventare nervose quando digiunano. Può accadere, ma il digiuno non è la causa del nervosismo. Il digiuno ci rivela, in realtà, che noi uomini siamo nervosi. Se fossero nervosi soltanto coloro che digiunano, non so quante persone nervose esisterebbero, perché si può essere nervosi anche dopo avere mangiato abbondantemente.

Attraverso il digiuno scopro la vera fame: fame di un significato per la vita, fame di pace, fame d’amore, fame di pienezza di vita, di felicità e di gioia. Scopro quel desiderio profondo che né il cibo né le bevande possono soddisfare.

Qualcuno ha osservato: «È meglio mangiare e bere bene che essere nervosi».

Ma è bene domandarci: che cosa dona pace alla mia anima? È l’agnello arrosto, è il buon cibo, oppure è Dio che mi dona la vera pace? Da dove proviene il mio buon umore?

Vi sono persone che mangiano non perché abbiano fame, ma perché sono nervose. Con il piacere procurato dal cibo coprono l’insoddisfazione, la frustrazione, il trauma e la ferita. Non li risolvono, però: essi continuano a vivere dentro di loro.

Il digiuno è un cammino verso la libertà. Mi aiuta a vedere dove sono legato, dove sono prigioniero e dove ho bisogno di essere liberato. E chi può donarmi la libertà, se non Colui che è la libertà, l’amore e la pienezza della vita?

Come ho detto, nel digiuno scopro la vera fame, che è fame di Dio. Non possiamo ingannare il nostro cuore con il buon cibo o con le bevande. Il cuore cerca Dio; sa chi lo ha creato. Noi abbiamo bisogni più grandi del semplice bisogno di nutrirci.

Ricordo una donna che portava a passeggio un cane. Il cane correva liberamente, era piuttosto grosso e lei non lo teneva al guinzaglio. Naturalmente, quando videro un cane così grande, le persone cominciarono a fuggire.

La donna gridò loro: «Non abbiate paura, non abbiate paura: ha appena pranzato!».

Voleva dire che non era più pericoloso. Quando gli animali hanno mangiato abbondantemente, non sono pericolosi. L’uomo, invece, può essere pericoloso anche dopo avere mangiato bene. Abbiamo bisogni più grandi del solo bisogno di cibo.

Il digiuno sostiene la nostra preghiera, impedendo che in essa si insinuino l’egoismo e la superbia. Può infatti accadere che misuriamo l’amore, la misericordia e la bontà di Dio in base a ciò che abbiamo o non abbiamo ottenuto dopo avere pregato.

La nostra preghiera può essere persino senza Dio. Può accadere, cioè, che non cerchiamo Dio, la sua volontà, il suo amore e il suo Regno, ma che lo cerchiamo soltanto nella misura in cui può darci qualcosa.

Per questo Gesù dice di cercare anzitutto il Regno dei cieli: non noi stessi, ma Lui. Quando Lui occupa il primo posto, ritroviamo anche noi stessi.

Il nostro rapporto con Dio non è un rapporto commerciale: «Dio, io ti darò» — per dirlo in modo molto concreto — «venti chili di preghiera e venticinque chili di digiuno, e Tu mi darai questo e quello. Se non me lo darai, allora tra noi sarà finita».

Il nostro autentico rapporto con Dio è un rapporto tra padre e figlio, un rapporto d’amore e di fiducia.

Un esempio di questo rapporto commerciale si trova nel Vangelo. Ricordiamo il fariseo che dice: «Ti ringrazio, o Dio, perché non sono come gli altri uomini… Io pago la decima al tempio e digiuno due volte alla settimana».

Gli ebrei digiunavano il lunedì e il giovedì. Qui il Signore ci ha invitati a digiunare il mercoledì e il venerdì. Nel Vangelo il fariseo elenca tutti i propri meriti. Manca soltanto che dica: «Dio, io me lo sono meritato; ora Tu devi darmi questo e quello».

È l’atteggiamento di chi dice: «Fatti da parte, Dio: ora arrivo io!».

Il digiuno, invece, vuole renderci umili e riconoscenti. Nel digiuno rinunciamo consapevolmente a qualcosa che è buono. Il cibo è buono. È un dono di Dio, un dono dell’amore di Dio. Attraverso il digiuno riscopriamo il cibo come dono.

Quante volte abbiamo mangiato con un cuore ingrato! Ricordo la mia prima esperienza: dopo avere mangiato pane e bevuto acqua per una settimana, al termine del seminario entrai nell’ufficio parrocchiale proprio all’ora di pranzo. Vidi sulla tavola una grande quantità di cibo. Per la prima volta nella mia vita provai gratitudine verso Dio per il cibo.

Vidi che il digiuno mi aveva aperto non soltanto gli occhi, ma anche il cuore, permettendomi di mangiare con animo riconoscente. Quante volte abbiamo mangiato con un cuore ingrato? Quante volte abbiamo mangiato per abitudine, soltanto perché tutti mangiavano? Il digiuno ci aiuta anche ad apprezzare maggiormente il cibo.

Per questo esisteva l’usanza di digiunare alla vigilia delle grandi feste: prima dell’Assunzione della Madonna e prima di Natale. Prima del Concilio Vaticano II, nella Chiesa esisteva un digiuno molto più rigoroso di quello che, purtroppo, esiste oggi.

Il giornalista Vittorio Messori intervistò papa Benedetto XVI, che allora era ancora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Gli domandò perché, dopo il Concilio Vaticano II, nella Chiesa vi fosse molta meno severità e fossero state abolite molte pratiche: digiuni, veglie e preghiere.

Egli rispose: «La Chiesa lo ha fatto con un’intenzione precisa: impedire che la fede fosse intesa come un insieme di prescrizioni, come una forma di legalismo. La Chiesa non ha proibito di digiunare più di quanto prescritto. Ciò che la Chiesa prescrive rappresenta il minimo».

Sappiamo che la Chiesa rende obbligatorio il digiuno soltanto due giorni all’anno: il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. È stato però raccomandato, e anche i Papi hanno invitato in diverse occasioni, a digiunare insieme come comunità di fedeli. Anche individualmente siamo invitati al digiuno, se vogliamo e desideriamo crescere nell’amore e nella grazia di Dio.

Quando si parla di digiuno, non si intende soltanto il digiuno a pane e acqua. Si può digiunare anche da internet e dal telefono cellulare. Pensate che cosa accadrebbe se oggi mancasse la corrente o se qualcuno tagliasse i cavi di internet: non potremmo più accedere a Instagram o a Facebook.

Potremmo sopravvivere per un giorno. Le persone hanno vissuto senza tutte queste cose. Quando Facebook non funziona o cade la rete, non so nemmeno io che cosa accada: sorgono il panico e la paura. Eppure si può vivere senza.

È bene forse stabilire una regola per se stessi: se non si riesce a rinunciare per un’intera giornata, si può almeno farlo fino a mezzogiorno o fino al pomeriggio.

Una volta una donna venne da me e mi disse: «Fra Ljubo, cerco di digiunare, ma non ci riesco. Resisto fino alle due del pomeriggio, poi nel mio stomaco comincia a suonare un’orchestra e devo sempre mangiare qualcosa».

La incoraggiai e le dissi: «Prova cento volte; forse riuscirai almeno dieci volte».

Le piaceva scherzare e, dopo alcuni giorni, mi disse: «Ce l’ho fatta. Ho trovato un’amica: lei digiuna fino all’ora di pranzo e io digiuno dopo pranzo, così copriamo tutta la giornata».

La incoraggiai e le dissi: «In due è molto più facile».

Ed è veramente più facile quando si è insieme. Ho visto che, quando un gruppo digiuna insieme, in qualche modo i partecipanti si sostengono gli uni gli altri. Quando cerchiamo di farlo a casa, ciascuno per conto proprio, è molto più difficile: ci sono la fretta, gli impegni, il lavoro, la confusione; si corre di qua, di là e da ogni parte.

Ho visto, però, che la preghiera aiuta anche a sostenere le fatiche che si presentano durante il digiuno.

Certamente non è facile digiunare quando si svolge un lavoro fisico pesante. Lo stesso vale per i bambini. Anche i bambini possono digiunare, non a pane e acqua, ma in un modo diverso. Possono imparare che non tutti i loro desideri devono essere soddisfatti immediatamente e che qualcosa può essere rimandato al giorno successivo.

In questo modo la persona viene educata attraverso quella frustrazione positiva, rafforzando la propria volontà e il proprio carattere. Il digiuno serve proprio a questo: a farci diventare persone responsabili, non cristiani viziati.

Un principio della vita spirituale consiste nel compiere ciò che non ci è particolarmente gradito e nello scegliere ciò che non è facile. In questo modo possiamo crescere nella vita spirituale.

L’arte della vita spirituale consiste nell’essere padroni della propria volontà e nel vincere la propria volontà. La nostra volontà è ferita e indebolita; perciò deve essere esercitata e rafforzata. È necessario allenarsi.

Pensate a quanto devono allenarsi gli sportivi e i calciatori, a quanto sudore, tempo e fatica sono necessari per raggiungere un successo che rimane su questa terra. Ciò che noi otteniamo attraverso la preghiera e il digiuno, invece, rimane per l’eternità.

Per questo qui la Madonna ci invita: «Cari figli, pregate e digiunate per quelle anime che si perdono». Molti si perdono perché non vi è nessuno che preghi per loro.

Tutti noi siamo uniti da legami spirituali e invisibili. La bontà di uno e la fede di uno sono la bontà e la fede di tutti noi. Il male di uno e il peccato di uno sono il male e il peccato di tutti noi. Tutto esercita un’influenza su di noi e noi siamo esposti a tutte le influenze.

Se non possiamo digiunare a pane e acqua, possiamo trovare un’altra forma di digiuno: possiamo rinunciare alle cattive letture, ai cattivi libri, alle cattive immagini, alle parole offensive e ai pettegolezzi.

Il digiuno corporale correttamente vissuto è sempre anche un digiuno spirituale. A volte può essere più facile digiunare per un giorno a pane e acqua che perdonare qualcuno. Ma il digiuno a pane e acqua vissuto autenticamente ci conduce verso il perdono, l’amore e la misericordia.

Questo è il fine del digiuno. Se il digiuno non accresce l’amore dentro di noi, può condurci alla superbia e farci pensare di essere diventati più santi e migliori degli altri. Questo è soltanto il segno che qualcosa non va e che non ci stiamo muovendo nella direzione giusta.

Che questi pochi pensieri, queste parole e questi incoraggiamenti vi aiutino ad avere il coraggio di tentare, di provare o di partecipare a un seminario. Lo si può fare in diversi luoghi, come qui a Medjugorje, oppure a casa propria, rinunciando a qualcosa.

Possiate ripartire da Medjugorje con una decisione: «Voglio combattere contro una mia dipendenza, contro qualcosa di cui mi vergogno».

Finché continui a combattere, sei sulla buona strada. La cosa peggiore è smettere di combattere. Il diavolo vuole che tu cada nella disperazione.

Non abbiamo il diritto di disperare, perché Cristo è risorto. Cristo ha vinto e vuole vincere anche dentro di noi. La sua grazia può vincere ogni cosa dentro di noi.

Permettiamoglielo, in questa atmosfera di preghiera che viviamo in questi giorni, in questa atmosfera di vicinanza della Madonna. Che ella ci protegga con il suo manto e ci guidi. Noi le offriamo le nostre mani e i nostri cuori.

Sia gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.

Regina della Pace.



(ndr: traduzione ottenuta dal croato con aiuto di AI)

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